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ATP Dubai, Rublev: “Ero perso, ora non sono né depresso né felice ma sto ripartendo”

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A quasi un anno esatto di distanza dall’espulsione subita nella semifinale di Dubai, Andrey Rublev torna sul “luogo del delitto”, forte del falcone (maltese?) alzato a Doha. Quell’episodio era sembrato rimanergli addosso per il resto della stagione, durante la quale ha peraltro vinto il Masters 1000 di Madrid e fatto finale in Canada, iniziata da quinto giocatore del mondo e chiusa al nono posto.

La gestione della rabbia in campo, la maggior parte delle volte espressa contro sé stesso, è un aspetto su cui lavora da tempo, e ne ha parlato con Ubitennis anche a Rotterdam. Per fortuna non ha avuto modo di scoprire eventuali ulteriori progressi ai quarti di finale in Qatar, quando non riusciva a chiudere contro De Minaur – chissà cosa sarebbe successo se avesse perso dopo quel vantaggio e quei match point. Ma alla fine ha vinto proprio per essere riuscito a mantenere la calma di fronte alla rimonta dell’avversario, a quanto pare grazie ad alcuni “trucchi mentali”, tra cui quello che la stella NBA Steph Curry usa per arrivare di buon umore alla partita: scrivere parole che lo motivano. La parola di Andrey era responsabilità. Rendere conto delle proprie azioni. “Prima ho provato a scrivermi sul polso” aveva spiegato, “ma non con ogni penna funziona. Allora ho pensato di scrivere sulle dita, come facevo a scuola per imbrogliare, solo che la scritta spariva dopo due giochi. Poi ho visto che Curry lo faceva sulle scarpe e l’ho fatto anch’io: facile da scrivere, non si cancella e ce l’hai sempre lì”.

Sembra solo un aneddoto divertente, ma dietro c’è molto di più. “Ero come prigioniero di un circolo vizioso” ha raccontato a Reem Abulleil per The National, pronto per il Dubai Duty Free Tennis Championships, torneo vinto nel 2022. “Perso dentro di me per un paio d’anni senza trovare la via, senza capire cosa fare, a quale scopo. Suona un po’ drammatico o quello che è, ma qual è la ragione o lo scopo per vivere? Ero completamente perduto. Il fatto è che… una cosa è quando succede un mese, due o tre mesi, ok, forse riesci ad essere paziente. Ma quando capita un anno, due, tre quattro, cinque anni, a un certo punto non riesci più a sopportarlo”.

Senza remore, Andrey continua paragonando le sue sensazioni a quelle di un dolore alla mano “che cresce sempre più finché vorresti tagliarti il braccio perché smetta. Insomma, ero a questo punto, assumevo farmaci antidepressivi. Dopo un anno, però, ho capito che se all’inizio sembrava andare meglio poi non è che andasse peggio, però era qualcosa di strano. Una sensazione che mi piaceva anche di meno quindi ho smesso di prenderli. Poi Marat [Safin] mi ha aiutato a capire me stesso, guardarmi dentro, diciamo così. È stato un po’ come ripartire dal fondo e almeno, poco alla volta, sono stato in grado di muovermi in una direzione migliore. Come dicevo all’inizio dell’anno, non sono felice, non sono sereno e nemmeno in un incubo, ma non ho più stress, non sento più ansia, non sono depresso, sono semplicemente neutro. Non sono felice né sto male, ma almeno ho trovato un riferimento. E questo è un inizio”.