“Il governo decida su che reati indagare”: quando Bartolozzi proponeva una legge per controllare i pm riscrivendo la Carta
Stabilire le priorità delle indagini sarà una delle prime cose che farà il governo se vince il Sì al referendum. A rivelare l’intenzione non sono solo le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio (che peraltro più volte ha dichiarato “superato” l’obbligo di indagare su tutti i reati), ma anche una proposta di legge costituzionale d’iniziativa dell’allora deputata di Forza Italia Giusi Bartolozzi, risalente all’8 ottobre 2020. Da capo di gabinetto di via Arenula, Bartolozzi è da molti considerata la vera Guardasigilli, ma di certo ormai detiene un potere immenso, come detentrice di tutti i segreti riguardanti la scarcerazione e il rimpatrio del torturatore libico Osama Almasri. Il suo invito a liberarsi della magistratura, considerata un “plotone di esecuzione”, appare sempre di più un investimento politico a lungo termine. Comunque vada il referendum, anche se diventasse il capro espiatorio di una sconfitta, è diventata un personaggio di primo piano. E quella proposta di legge racconta che il progetto nasce da lontano.
“L’esercizio dell’azione penale è uno degli strumenti dell’azione politica dello Stato contro il crimine. La situazione attuale lo rende vincolante, ma non si fa carico delle conseguenze pratiche che da esso derivano”, si legge nella relazione alla proposta. Perché “il numero dei reati da perseguire”, essendo superiore alle forze dello Stato, fa sì che l’azione penale sia esercitata secondo criteri soggettivi, a carico dei singoli uffici giudiziari o dei singoli magistrati. “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è, invece, un supremo compito che spetta alla politica”. Dunque, spetta al Parlamento “fissare con legge i criteri e le priorità di esercizio dell’azione penale”, senza che questo implichi alcuna depenalizzazione o derubricazione dei reati, ma solo la previsione di una scala “oggettiva” di obiettivi da raggiungere. Bartolozzi ci tiene anche a specificare che questo non significa “alcuna subordinazione dei pubblici ministeri al potere politico”. Dunque l’articolo 112 della Costituzione (“Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”) verrebbe sostituito così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del presente articolo”. Dunque, “il governo, su proposta del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro dell’Interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”.
Per una riforma costituzionale – come noto – servono quattro letture parlamentari e un referendum confermativo. Cosa che non è all’ordine del giorno. Ma a ben vedere, almeno sulla carta, il progetto di Bartolozzi è già diventato realtà: la riforma Cartabia del processo penale, entrata in vigore nel 2021, prevede infatti che il Parlamento indichi “criteri generali” di priorità dell’azione penale, ai quali poi i procuratori capo dovranno conformarsi nei loro progetti organizzativi “al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza”. Quella norma finora è rimasta lettera morta: né il governo Draghi né il governo Meloni hanno mai presentato un disegno di legge per attuarla. L’unica iniziativa in questo senso è arrivata da due senatori di maggioranza, Pierantonio Zanettin di Forza Italia ed Erika Stefani della Lega, che a novembre 2023 hanno presentato un testo molto generico, da cui però risulta evidente la priorità data ai reati violenti rispetto a quelli dei colletti bianchi. Dopo un primo ciclo di audizioni in Commissione, la proposta Zanettin-Stefani è sparita dai radar. Ma se il referendum andasse come sperato, la questione potrebbe tornare all’ordine del giorno. Per la soddisfazione di Giusi.
L'articolo “Il governo decida su che reati indagare”: quando Bartolozzi proponeva una legge per controllare i pm riscrivendo la Carta proviene da Il Fatto Quotidiano.
