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Ramadan in piazza, sinistra in ginocchio: il sondaggio parla chiaro, per due italiani su tre è resa culturale

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L’integrazione che doveva unire divide. O almeno così appare guardando i numeri del sondaggio pubblicato dal Secolo d’Italia sugli eventi pubblici legati al Ramadan nelle piazze italiane. Il risultato è netto: il 65,7 per cento dei lettori considera queste iniziative una resa culturale. Il 32,6 per cento chiede equilibrio tra dialogo e difesa dell’identità nazionale. Solo l’1,7 per cento parla di dialogare con le altre culture. Non è un dettaglio statistico. È un’indicazione politica. Quando oltre sei lettori su dieci leggono nello stesso modo un fenomeno che la narrazione progressista presenta come inclusione, significa che tra élite e opinione pubblica si è aperta una distanza difficilmente ignorabile.

 

Il contesto della polemica

Il sondaggio nasce dalle iniziative organizzate in diverse città italiane in occasione del Ramadan, con cene pubbliche per l’Iftar e partecipazioni istituzionali di rilievo. Tra gli episodi più discussi c’è quello di Bologna, dove all’evento hanno preso parte Romano Prodi, il sindaco Matteo Lepore e il cardinale Matteo Zuppi. Per i promotori si tratta di un gesto di dialogo religioso e culturale. Per molti cittadini è diventato invece il simbolo di un atteggiamento politico che appare sbilanciato. Non tanto contro una religione, quanto contro la percezione di un sistema istituzionale che celebra simboli esterni mentre fatica a valorizzare le proprie radici.

La polemica, insomma, non riguarda il Ramadan. Riguarda il rapporto tra identità pubblica e rappresentazione politica delle tradizioni.

Il significato politico dei dati

Il dato più sorprendente non è la maggioranza che parla di resa culturale. È la marginalità dell’opzione opposta. I buonisti del multiculturalismo non arrivano neanche al 2%. Restano quasi invisibili. Ciò non indica necessariamente un rifiuto netto del dialogo tra comunità religiose. Indica piuttosto una diffusa sensazione di sproporzione simbolica. Una parte significativa dell’opinione pubblica italiana ritiene che la sinistra mostri grande sensibilità per alcune frange culturali e molta meno attenzione per quelle che hanno plasmato la storia del Paese.

Il 32,6 per cento che invoca equilibrio rappresenta in questo quadro la posizione più interessante. Non è una risposta ideologica ma pragmatica: apertura sì, ma senza rimuovere il tema delle radici cristiano-cattoliche.

Una frattura culturale che cresce

Il sondaggio del Secolo d’Italia fotografa quindi una dinamica più ampia. La questione non riguarda soltanto eventi simbolici o singole iniziative locali. Riguarda il modo in cui la politica interpreta il pluralismo culturale. Una parte del campo progressista continua a leggere queste manifestazioni come segnali di modernità e inclusione. Una parte crescente dell’opinione pubblica le percepisce invece come un gesto di discontinuità rispetto all’identità storica del Paese. Il risultato? Una lontananza incolmabile tra pensiero della gente e pensiero dei salotti. 

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