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Guerra in Iran, boom di italiani che disdicono i viaggi: oltre 222 milioni bruciati

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Milioni di euro bruciati. Il turismo sta già pagando il prezzo della guerra in Iran. In Italia le agenzie di viaggio registrano perdite medie di oltre 38mila euro per impresa, mentre le cancellazioni legate alla primavera e alle vacanze di Pasqua hanno già generato oltre 222 milioni di euro di mancato fatturato. A livello globale il turismo organizzato sta subendo un contraccolpo paragonato dagli operatori all’inizio della pandemia. Secondo il World Travel & Tourism Council la guerra nel Golfo provoca oltre 600 milioni di dollari di perdite ogni giorno. E il caro voli è già visibile sulle rotte internazionali, con il rischio concreto di rincari diffusi sui biglietti nei prossimi mesi.

Turismo, la crisi del Golfo pesa sulle agenzie italiane: 38.800 euro di perdite medie

In Italia è paralisi diffusa nel settore agenzie di viaggi, secondo la fotografia scattata dall’Osservatorio Fiavet Confcommercio. Il 65% delle agenzie sta gestendo più di 16 pratiche di viaggio in situazione di crisi, tra cancellazioni, modifiche e richieste di rimborso. Un 33% si trova invece ad affrontare oltre 30 pratiche problematiche per ogni singola agenzia. Il danno economico è immediato. Nella sola ultima settimana la perdita media stimata è pari a 38.800 euro per agenzia, con quasi la metà delle imprese (48%) che dichiara perdite superiori ai 50 mila euro. A pesare sono soprattutto le difficoltà operative negli hub del Golfo, fondamentali per i collegamenti intercontinentali. Gli Emirati Arabi Uniti risultano la destinazione con il maggior numero di criticità, segnalate dal 92% delle agenzie, seguiti dal Qatar, indicato dall’88% del campione. Il problema non riguarda solo il turismo diretto verso questi Paesi, ma l’intero sistema dei collegamenti aerei: molti voli verso Asia, Oceania e Oceano Indiano transitano proprio da questi hub.

Cancellazioni e prenotazioni congelate: oltre 222 milioni di perdite per Pasqua e timori sull’estate

Le conseguenze più pesanti si stanno vedendo sulle prenotazioni di lungo raggio e sulle vacanze primaverili, Pasqua compresa. Secondo l’analisi Fiavet, per destinazioni come Cina, Thailandia, Maldive, India o Australia si registra il 38% di cancellazioni definitive e il 45% di prenotazioni congelate in attesa di sviluppi. In pratica quasi quattro viaggiatori su dieci hanno annullato il viaggio, mentre quasi la metà preferisce attendere prima di confermare la partenza. Solo il 17% dei clienti ha accettato di cambiare destinazione. Il risultato è una perdita stimata di oltre 222 milioni di euro di fatturato per il turismo organizzato italiano, solo sulle mancate prenotazioni per Pasqua e primavera. E la crisi riguarda anche il turismo in ingresso verso l’Italia: il 45% delle agenzie segnala il blocco delle prenotazioni dai Paesi del Golfo e da Israele.
E per l’estate si temono nuove pressioni sui prezzi dei voli a causa dell’aumento del prezzo del greggio. Secondo il 62% degli agenti di viaggio, le compagnie potrebbero applicare adeguamenti carburante anche ai pacchetti turistici già venduti, mentre solo il 9% deglioperatori ritiene che le tariffe possano restare stabili grazie alle coperture sul petrolio già stipulate in precedenza dai vettori.

Turismo mondiale: 600 milioni di dollari di perdite al giorno

L’impatto della guerra non si ferma al mercato italiano. A livello globale il settore dei viaggi organizzati sta affrontando una delle crisi più serie degli ultimi anni. Secondo il World Travel & Tourism Council ci sono oltre 600 milioni di dollari di perdite ogni giorno tra voli cancellati, prenotazioni disdette e riduzione dell’operatività degli aeroporti. Gli hub della regione (Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrein) rappresentano infatti un nodo centrale del traffico aereo internazionale, con circa 526 mila passeggeri al giorno. Quando questi snodi rallentano o si fermano, l’impatto si propaga lungo tutta la filiera del turismo: compagnie aeree, hotel, ristoranti, crociere, autonoleggi e servizi collegati ai viaggi. Secondo il WTTC le crisi legate alla sicurezza, storicamente, hanno tempi di recupero relativamente rapidi: in alcuni casi anche due mesi.

Caro voli: petrolio e rotte più lunghe spingono i prezzi dei biglietti

E per chi parte e sta prenotando il caro voli si vede già. Il motivo principale è il prezzo del petrolio, che incide direttamente sui conti delle compagnie aeree. Il carburante rappresenta circa un quarto dei costi operativi di un volo. Quando il prezzo del greggio aumenta, le compagnie tendono a trasferire una parte dell’incremento sulle tariffe. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i prezzi dei biglietti aerei salirono del 28%. E alcuni segnali sono già arrivati. Qantas Airways e Air New Zealand hanno annunciato i primi aumenti dei prezzi dei biglietti, mentre Hong Kong Airlines ha annunciato un incremento dei supplementi carburante fino al 35,2% su alcune rotte. A pesare sono anche le modifiche alle rotte. La chiusura o la limitazione di diversi spazi aerei nel Golfo costringe le compagnie a percorsi più lunghi e costosi, aumentando il consumo di carburante e riducendo la capacità disponibile. Il fattore decisivo resta il tempo: più a lungo durerà l’instabilità, maggiore sarà la pressione sulle tariffe aeree globali.