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Vittorio Cogliati Dezza: “Il cortocircuito della crisi climatica: favorisce le disuguaglianze sociali che hanno contribuito a crearla”

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Le detrazioni fiscali per incentivare lo sviluppo per le rinnovabili? Misure regressive, come quelle per la riqualificazione energetica degli edifici, che spesso favoriscono chi ha liquidità, così come il possesso di un appartamento, e come gli incentivi ad auto elettriche che restano ancora costosissime. Insomma, un mondo ecologicamente migliore potrebbe non essere un mondo più giusto. La denuncia arriva da un libro a doppia firma, Clima ingiusto. Il welfare per un patto eco-sociale (Donzelli), di Giovanni Carrosio, docente di Sociologia dell’ambiente all’Università di Trieste, e Vittorio Cogliati Dezza, già presidente di Legambiente e membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità. Un saggio in cui gli autori sottolineano anche come, per converso, misure socialmente giuste possano aggravare la crisi climatica: ad esempio le politiche di contrasto alla povertà energetica, fatte di riduzione di tariffe, sussidi per le bollette etc, di cui tanto si sta parlando in questi giorni.

Perché il nesso tra questione ambientale e giustizia sociale ancora non è così chiaro?

La crisi climatica colpisce tutti, cioè ha una dimensione universalistica, ma non tutti allo stesso modo. Sono soprattutto i ricchi ad avere case resistenti a eventi estremi, seconde case, assicurazioni, veicoli per evacuazioni rapide, tecnologie domestiche intelligenti, servizi meteo avanzati. I poveri invece hanno difficoltà a riqualificare le proprie abitazioni, vivono in sottoscala, non possono cambiare gli infissi né permettersi un climatizzatore. È un universalismo asimmetrico e per questo serve cogliere l’interdipendenza dei due ambiti.

Il problema sono gli obiettivi di decarbonizzazione?

Ovviamente no, ma le modalità con cui vengono perseguiti. Adozione critica di strumenti di mercato, fiducia eccessiva negli incentivi economici, sottovalutazione delle barriere sociali e culturali alla transizione. Esiste poi un’altra dimensione non considerata: quella dell’accesso alle informazioni. Sapere che esiste un certo bonus o alcune agevolazioni non è qualcosa da tutti, parliamo di un momento in cui la povertà educativa è molto diffusa. Per non pensare alle famiglie di stranieri senza dimestichezza con la lingua italiana.

Nel libro fate una critica alle zone Ztl.

C’è stata una trasformazione degli ambienti urbani negli ultimi vent’anni che ha espulso le fasce più vulnerabili dai centri storici, ma anche dalla seconda cintura delle città; quindi le persone con condizioni ecologiche e di vita peggiori sono spesso quelle che vivono in periferia. Se si mette una tassa di accesso al centro storico, oppure si fa accedere solo chi ha una macchina elettrica o nuova, si crea una segregazione spaziale importante.

Evidenziate un cortocircuito: le diseguaglianze accelerano la crisi climatica (i ricchi consumano tantissimo) ma la crisi climatica a sua volta aggrava le disparità esistenti. Come se ne esce?

Le politiche pubbliche andrebbero disegnate a misura delle persone, se non dei singoli almeno dei singoli territori, così come all’interno delle singole città e persino quartieri, in base alla presenza di anziani, stranieri, case popolari. Su questo ovviamente giocano un ruolo importantissimo sia gli enti locali che il terzo settore, spesso capace di leggere le particolarità e di trovare le soluzioni adatte a determinate persone in un determinato luogo.

Esiste poi ancora uno scontro tra ambiente e lavoro: spesso pur di mantenere il reddito si accettano lavori in zone inquinate.

Sì, questo è evidente in molti territori, come Taranto, ma non c’è solo Taranto, inoltre c’è un problema di fondo: in una fase di trasformazione industriale rimanere vincolati ai vecchi processi produttivi, restando indietro nell’evoluzione dell’innovazione industriale, danneggia i lavoratori. Ovviamente serve welfare per accompagnare la trasformazione industriale.

Nel libro sottolineate l’importanza delle risorse sociali, di solidarietà e condivisione che spesso le comunità povere sanno comunque far emergere.

Questa è la grande carta da giocare. Pensiamo alle ondate di calore. Nel libro raccontiamo l’esperienza di quanto successo a Chicago durante un’ondata di calore estrema negli anni Novanta: ci furono 700 morti, quasi tutti nei quartieri poveri, tranne in tre di questi quartieri. Il sociologo Klinenberg studiò il caso e scoprì che era scattato proprio in quei quartieri una sorta di “soccorso verde”, grazie alla presenza di presidi sociali, frequentati quotidianamente dagli anziani, per cui ogni assenza veniva immediatamente rilevata e subito si andava a casa, prevenendo così molti decessi. Le relazioni sociali hanno funzionato come il condizionatore d’aria. E questo è importantissimo perché se non possiamo fornire a ogni persona un condizionatore, possiamo ad esempio creare rifugi climatici, strutture pubbliche, dove c’è l’aria condizionata e dove ci si incontra. La risposta collettiva deve prevalere su quella individualistica.

Come dovrebbe essere un welfare che si prenda cura del rapporto tra persone e ambiente?

Fino ad oggi il welfare è stato prevalentemente riparativo, mentre oggi abbiamo bisogno di un welfare che intervenga sui nuovi rischi sociali provocati sia da politiche di decarbonizzazione cieche agli impatti sociali che dalla crisi climatica e che agisca in modo preventivo, riducendo anche i costi. Non servono costruzioni e spese gigantesche ma la messa a disposizione di infrastrutture sociali. In altre parole, il nuovo welfare deve essere capace di leggere la complessità le nuove situazioni e rispondere a quell’universalismo asimmetrico di cui parlavo. È appunto, quello che noi definiamo “eco-welfare” o “welfare energetico-climatico”.

L'articolo Vittorio Cogliati Dezza: “Il cortocircuito della crisi climatica: favorisce le disuguaglianze sociali che hanno contribuito a crearla” proviene da Il Fatto Quotidiano.