Sanremo, perché ho visto dissonanza tra le parole di Cecchettin e il testo di Sal Da Vinci (e sono stato insultato)
L’inferno dentro un mio post sulla pagina pubblica Facebook. Qualche riga sulla finale del Festival di Sanremo 2026. Gino Cecchettin sale all’Ariston e dice che scambiamo il controllo con l’amore. Poi vince una canzone che dice “senza te non ha senso vivere”. Ho scritto che qualcosa non tornava. Quello che è successo dopo non è stato un dibattito. È stato altro. La domanda è rimasta senza risposta — sepolta sotto gli insulti. Vale la pena riproporla. Più in grande. Nei consueti nove punti di questo blog.
1. Partiamo dai fatti, non dalle opinioni. Nella notte del primo marzo, durante la serata finale di Sanremo 2026, Gino Cecchettin è salito sul palco dell’Ariston. Dietro di lui scorrevano i nomi di 301 donne uccise dal 2023 a oggi. Ha parlato di dipendenza affettiva come anticamera della violenza. Ha detto che scambiamo il controllo con l’amore. Queste non sono opinioni. Sono le parole che il Festival ha scelto di mettere in scena.
2. un’ora dopo, circa, lo stesso Festival ha incoronato la canzone vincitrice. “Per sempre sì” di Sal Da Vinci. Chiariamolo subito e una volta per tutte: non è una critica all’artista nè alla canzone. Non è ideologia, femminismo militante oppure wokismo. E nemmeno è la caccia al mostro dentro un testo musicale. È qualcosa di molto più semplice e preciso. E lo spiego al punto successivo.
3. Il punto riguarda Sanremo, non Sal Da Vinci. Quando un festival decide di invitare Gino Cecchettin — padre di una ragazza uccisa da chi diceva di amarla — non sta solo riempiendo una serata. Sta prendendo una posizione. Sta dicendo: questo ci riguarda. Sta caricandosi di un peso etico. Da quel momento, la coerenza non è più un optional.
4. “Senza te non vale niente. Non ha senso vivere”. È il possibile linguaggio della canzone d’amore. Legittimo, piaccia oppure no. In quel brano non vi è nulla di sbagliato. Ma il Festival ha scelto di invitare Cecchettin. Con quella scelta si è caricato di un discorso etico preciso. E quel discorso ricade su tutto ciò che accade quella sera — compresa la canzone che vince. Non è una forzatura. È aritmetica.
5. Perché Cecchettin aveva appena spiegato che la violenza nasce esattamente da lì. Da quel “senza di te non sono niente”. Da quell’amore che non sa stare in piedi da solo. Da quella dipendenza che viene scambiata per passione. Non è un’interpretazione: è quello che ha detto. È quello che il Festival ha scelto di trasmettere in prima serata. Ripeto: la canzone non c’entra. Il palco, sì.
6. Per questo dico: la dissonanza, quindi, non è una mia impressione soggettiva e nemmeno la lettura ideologica di chi cerca il problema a tutti i costi. È logica. Non si può usare il simbolo di una battaglia culturale come scenografia e poi agire come se quella battaglia non esistesse. O la coerenza vale o non vale. Non si sceglie a seconda della serata.
7. Sanremo ha sempre usato i simboli civili. Ma quante volte lo ha fatto interrogandosi davvero sul messaggio che mandava? Quando sceglie di mettere in scena Cecchettin, sta compiendo un atto culturale o sta cercando una lacrima? Su questo blog ho già scritto che Sanremo è morto. Questa dissonanza non mi fa cambiare idea.
8. Forse la domanda vera non riguarda nemmeno questa edizione. Riguarda il Festival in quanto tale. Un sistema che ogni anno bilancia intrattenimento, consenso e messaggi civili: riesce davvero a tenere insieme tutto questo senza perdere coerenza? O la coerenza, in un meccanismo così grande e così esposto, è semplicemente impossibile?
9. La mia polemica non era contro la canzone. Era contro la dissonanza. Lo ribadisco per l’ultima volta, visto lo shitstorm piovutomi addosso. Nient’altro.
Come sempre, il percorso continua nella playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog vive davvero.
9 Canzoni 9 … dissonanti
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