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Cpr di Ponte Galeria, da 30 mesi chiuso lo sportello del Garante dei trattenuti

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Da oltre due anni e mezzo, al Cpr di Ponte Galeria, manca un presidio che dovrebbe essere ordinario in ogni luogo di privazione della libertà: lo sportello del Garante delle persone private della libertà personale. È chiuso da circa trenta mesi, nonostante una mozione approvata all’unanimità a fine luglio scorso dal Consiglio regionale del Lazio impegnasse la giunta guidata da Francesco Rocca a rinnovare il protocollo d’intesa con la Prefettura di Roma per garantirne la riattivazione. Da allora, però, nulla si è mosso. Il provvedimento, votato senza distinzioni tra maggioranza e opposizione, prevedeva il rinnovo dell’accordo che consentiva al Garante regionale di avere un presidio fisso nella struttura. Un presidio che, per le persone trattenute, rappresentava uno dei pochi riferimenti istituzionali a cui rivolgersi per segnalare violazioni, condizioni di detenzione inadeguate o difficoltà nell’accesso alle cure e alla tutela legale.

A denunciarlo è stata Marietta Tidei, capogruppo di Italia Viva e prima firmataria della mozione. “Il protocollo non è stato ancora rinnovato e di conseguenza non è stato riattivato lo sportello. Una gravissima inadempienza istituzionale che colpisce direttamente i diritti civili e umani delle persone trattenute all’interno del Centro, alle quali viene negata questa fondamentale tutela ormai da trenta mesi” afferma. Per Tidei, la responsabilità è politica e ha un nome preciso: “Ricade interamente sul presidente Rocca e sulla sua giunta. Ogni ulteriore ritardo rappresenterà una responsabilità grave e inaccettabile”. La mozione era stata accolta con favore anche da Stefano Anastasìa, garante regionale delle persone private della libertà personale. Nonostante le sollecitazioni, però, l’assenza di uno sportello stabile continua a protrarsi, privando il Cpr di un presidio di controllo indipendente in un contesto già segnato da forti criticità.

A chiarire la portata di questa assenza a ilfattoquotidiano.it è Federica Borlizzi, legale della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili: “La detenzione amministrativa è già, di per sé, un istituto che si colloca fuori dal perimetro costituzionale. Uomini e donne vengono privati, fino a diciotto mesi, della libertà personale senza aver commesso alcun reato e senza le garanzie proprie del diritto penale e penitenziario”. Nei Cpr, sottolinea Borlizzi, non esiste una magistratura di sorveglianza come nel sistema carcerario: “In questo quadro, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è, nei fatti, uno dei pochissimi organi a cui le persone trattenute possono rivolgersi per far valere i propri diritti”. Il sistema delle garanzie, prosegue la legale, è già strutturalmente fragile. “Parliamo di luoghi di detenzione amministrativa in cui le possibilità di contestare condizioni di trattenimento, provvedimenti o violazioni dei diritti sono limitate, lente e spesso inaccessibili nella pratica”. Per questo, quando un atto approvato all’unanimità da un Consiglio regionale resta inattuato per oltre due anni, “il danno non è solo simbolico, ma sostanziale: si produce un ulteriore svuotamento delle poche garanzie esistenti e si rafforza l’idea che, nei Cpr, il diritto sia opzionale”.

In questo contesto, l’assenza dello sportello del Garante “non è un dettaglio organizzativo, ma l’ennesimo segnale di una deresponsabilizzazione istituzionale”. Il messaggio che arriva alle persone trattenute, avverte Borlizzi, “è che anche gli strumenti minimi di ascolto, monitoraggio e controllo possono essere sospesi senza conseguenze”. Un messaggio che incide non solo sulle condizioni materiali di vita, ma “sulla percezione stessa di essere destinatari di una giustizia minore”. Una lettura che si intreccia con le condizioni detentive documentate negli ultimi report: celle sudicie, infestazioni, materassi ammuffiti, bagni bui e sporchi, pasti giudicati inadeguati, assenza di attività ricreative. A questo si aggiungono segnalazioni di carenze nell’assistenza sanitaria e psichiatrica, nella prevenzione dei suicidi e nell’accesso alla tutela legale.

Negli ultimi mesi, il Cpr di Ponte Galeria è tornato al centro delle cronache anche per l’avvio di un’azione popolare che ne chiede la chiusura immediata. Diciotto associazioni della società civile – tra cui CILD, ActionAid, Antigone Lazio, Arci, Asgi, Baobab Experience, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia e Cgil Roma e Lazio – hanno definito il centro “una ferita aperta nel cuore della città”. L’iniziativa è stata promossa da quaranta tra docenti, giuristi e personalità del mondo accademico romano, che hanno inviato un’istanza formale al sindaco di Roma Roberto Gualtieri, chiedendo di attivarsi presso il ministero dell’Interno per la chiusura della struttura. Primo firmatario dell’appello è Mauro Palma, già garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e oggi presidente del Centro di ricerca “Diritto penitenziario e Costituzione” dell’Università Roma Tre.

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