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Passanti travolti, l’investitrice al giudice: «Li ho scelti a caso, sentivo delle voci»

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Vigevano. Per sfuggire a quelle voci che la ossessionavano ha cambiato casa dieci volte in pochi anni, girovagando tra il Canavese, in Piemonte, e la Lomellina. Ma quelle voci hanno continuato a perseguitarla. E venerdì sera, dopo avere ripreso la sua auto da un’officina di Boffalora Ticino dove l’aveva portata per la revisione, sono diventate insopportabili. Maddalena Rubeo Lisa, 48 anni, al giudice Pasquale Villani che ieri mattina l’ha interrogata ha spiegato di avere scelto le sue vittime «a caso». Passanti incolpevoli della sua situazione, ma contro i quali ha voluto scaricare la sua angoscia.

La donna, originaria di Ivrea e residente a Palestro dopo diversi cambi di residenze, è accusata di tentato omicidio plurimo per avere investito con il suo pick up bianco due ciclisti e un altro passante in corso Milano, corso Cavour e viale Petrarca, a Vigevano. Uno dei tre feriti, M. A., barista di 49 anni, è ancora ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale San Matteo di Pavia, in prognosi riservata.

Deciso il carcere

Il giudice Villani ha confermato il carcere e quindi la donna resterà per il momento nella sua cella a San Vittore, anche se potrebbe essere collocata in un’altra struttura dopo la valutazione psichiatrica, che appare a questo punto scontata.

Il giudice nell’ordinanza di convalida dell’arresto sottolinea la pericolosità sociale e il rischio che l’indagata possa commettere reati della stessa natura, ma fa anche un’altra valutazione: come è possibile che il disagio della donna non sia stato intercettato in tutti questi anni?

Una domanda senza risposta, ma che ha spinto il giudice a questa riflessione: «Non si comprende davvero come» l’indagata possa «essere rimasta sconosciuta ai servizi psichiatrici del territorio: una loro presa in carico, anche tardiva e parziale, avrebbe forse evitato» il dramma che si è consumato venerdì sera a Vigevano, scrive il giudice nell’ordinanza.

«Li ho investiti»

La donna, affiancata dall’avvocato Stefano Pedalà, ha ammesso tutto, ricostruendo passo passo la giornata di venerdì, il suo girovagare dopo aver ripreso l’auto dall’officina, la sua pena per quelle «voci che continuavano a tormentarmi, che mi dicevano che sono matta. Così li ho investiti. Sì, li ho scelti a caso, loro non c’entravano niente».

Dodici minuti di follia, tra le 20.13 e le 20.25. Poi, quasi due ore dopo, l’indagata si è costituita in questura a Pavia, spiegando agli agenti i motivi del suo gesto, salvo poi tentare una retromarcia parlando di «un malore» che l’aveva colpita, mentre percorreva le strade di Vigevano per tornare verso casa, a Palestro, alla frazione Pizzarosto.

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La condanna per l’aggressione

Ieri mattina scegliendo di rispondere alle domande del giudice Villani (avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere) la donna ha ripercorso anche le tappe della sua esistenza. Un passato difficile e tormentato, culminato nel 2004 nell’aggressione al fratello, colpito con una mazzetta da muratore durante un litigio. Un episodio che aveva allontanato la donna anche dai genitori. Dalla sua condanna (quattro mesi per lesioni) non ha più ripreso in mano la sua vita. Il giudice Villani ha valutato anche questo episodio per la sua pericolosità: «Non sarebbero applicabili gli arresti domiciliari, non solo e non tanto per l’assenza di un domicilio idoneo, ma in virtù del rilievo che tale misura, pur applicata col corredo di strumenti di controllo a distanza, non garantirebbe adeguatamente dal pericolo di reiterazione di altri reati a base violenta».