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Israele estende l’offensiva: dopo Teheran, raid anche sulle roccaforti di Hezbollah a Beirut

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Israele ha lanciato nuovi attacchi aerei su Teheran e ha esteso la propria campagna militare ai sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah, segnando un salto di scala rispetto alle operazioni avviate sabato contro l’Iran. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver stabilito la superiorità aerea sulla capitale iraniana e di aver colpito centri di intelligence, sicurezza e comando militare. 

Beirut nel caos

Nelle stesse ore oltre una dozzina di esplosioni hanno scosso il sud del Libano, roccaforte del movimento sciita libanese sostenuto da Teheran. Israele sostiene di aver preso di mira militanti di alto rango. Hezbollah aveva ammesso il lancio di missili e droni verso Israele in risposta all’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.

Le sirene antiaeree sono risuonate alle 7:00 in tutto Israele, inclusi Tel Aviv e Gerusalemme, mentre una nuova ondata di missili veniva lanciata dalle regioni centrali dell’Iran verso “obiettivi nemici”, secondo i media statali iraniani.

Fronte regionale in espansione

Gli scambi tra Israele e le milizie libanesi riaprono un fronte che seguiva un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. L’esercito israeliano ha affermato che Hezbollah è “pienamente responsabile di qualsiasi escalation” e ha invitato i residenti di decine di villaggi nel Libano meridionale e orientale a evacuare.

Il conflitto però non resta circoscritto, il Golfo intero è in fiamme. Il Kuwait ha dichiarato di aver intercettato droni ostili per il terzo giorno consecutivo. I Guardiani della Rivoluzione affermano di aver colpito ieri petroliere statunitensi e britanniche nel Golfo e nello Stretto di Hormuz e basi militari sempre in Kuwait e Bahrein. La base britannica di Akrotiri, a Cipro, è stata colpita da un presunto drone; danni limitati, nessuna vittima.

Il traffico marittimo è rallentato, centinaia di navi hanno gettato l’ancora in attesa di sviluppi. I principali aeroporti mediorientali restano chiusi, incluso Dubai, con ripercussioni sui mercati asiatici.

Washington: operazione senza scadenza

Dalla Casa Bianca filtrano indicazioni di una campagna prolungata. Un alto funzionario ha dichiarato: “Il presidente Trump ha dichiarato che una nuova possibile leadership in Iran ha manifestato la volontà di parlare e, alla fine, egli parlerà. Per ora, l’Operazione Epic Fury prosegue senza sosta”.

Le prime vittime statunitensi, tre militari uccisi in una base in Kuwait secondo funzionari americani, segnano un passaggio delicato. Trump li ha definiti “veri patrioti americani”, aggiungendo: “È così che vanno le cose”. In un video ha affermato che gli attacchi continueranno finché “tutti i nostri obiettivi saranno raggiunti”. E ancora: “Mi rivolgo a tutti i patrioti iraniani che aspirano alla libertà affinché colgano questo momento … e si riprendano il loro Paese”.

Secondo il Pentagono, oltre 1.000 obiettivi iraniani sono stati colpiti da aerei e navi statunitensi dall’inizio delle operazioni.

In Europa ognuno per la sua strada

Nel frattempo, l’Europa si conferma divisa: da Bruxelles la presidente della Commissione Ursula von der Leyen parla di «transizione credibile», da Londra il primo ministro laburista Keir Starmer mette a disposizione le basi agli Usa e si dice pronto ad «azioni difensive necessarie e proporzionate», da Berlino poi il cancelliere Friedrich Merz rivendica di «condividere l’interesse degli Stati Uniti». Altro che voce unica: ogni capitale si muove per conto proprio.

Vuoto di potere a Teheran

Così, mentre si cerca la quadra a Ovest, a Teheran qualcosa bolle in pentola… Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato un consiglio di leadership temporaneo. Ali Larijani ha scritto che l’Iran non negozierà con Trump. All’interno dell’intelligence statunitense prevale scetticismo sulla possibilità di un cambio di regime rapido. Valutazioni precedenti indicavano che eventuali successori potrebbero provenire dai ranghi più duri dei Guardiani della Rivoluzione o dal clero intransigente.

Le proteste di gennaio, represse senza defezioni significative nelle forze di sicurezza, restano un precedente. Senza fratture interne, il sistema costruito dal 1979 conserva strumenti coercitivi e reti clientelari.

L’offensiva ha alterato gli equilibri regionali in poche ore. Le linee di faglia settarie e strategiche si sono riattivate dal Levante al Golfo. La durata delle operazioni e la tenuta della nuova leadership iraniana restano variabili aperte in un teatro che continua a espandersi.

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