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Servizi aggiuntivi di musei e siti archeologici statali: il business miliardario che sfugge al Sud

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I siti culturali più importanti al mondo si trovano nel Mezzogiorno, eppure i meridionali hanno deciso di rinunziare ai frutti di questo patrimonio, ignorandone il vero business: quello dei servizi aggiuntivi dei musei e delle aree archeologiche statali (biglietteria, visite, bookshop, caffetteria etc).

Dovete sapere che nel ’93 la Legge Ronchey aprì ai privati il mercato di questi servizi, inaugurando un regime oligopolistico dominato da appena otto società, prevalentemente settentrionali, che gestiscono (spesso in regime di proroga perpetua) oltre il 90% dei servizi museali. Parliamo di fatturati miliardari! Le cifre, aggiornate al 2024, si annidano nelle tabelle pubblicate dall’Ufficio Statistica del Ministero della Cultura. Vi porto l’esempio di Pompei: in un anno, la società che gestisce la vendita di gadget e libri ha incassato 1,4 milioni ma ha erogato alla soprintendenza appena 118mila euro.

Dovete sapere che questa quota, definita all’interno della convenzione di concessione, dovrebbe essere usata per valorizzare il sito culturale. Quindi, più basso è l’importo riconosciuto alla soprintendenza, più esigua è la dotazione che rimane sul territorio. Vediamo gli altri servizi aggiuntivi: la caffetteria ha incassato 1,9 milioni, a fronte di appena 11mila euro erogati alla soprintendenza. Dalle prevendite, gli introiti ammontano a 36mila euro, con poco più di mille euro riconosciuti alla soprintendenza. E sul fronte ristorazione? Sono stati battuti scontrini per 9.700 euro mentre la soprintendenza non ha ricevuto nulla! Stesso trend sul fronte delle visite guidate: sono state registrati appena 4884 clienti in un anno (la media di 13 visite al giorno registrate, abbastanza poche, tra l’altro) che hanno fatto incassare 22.660 euro, di cui appena 5.438 alla soprintendenza.

La domanda sorge spontanea: quale società gestisce i servizi aggiuntivi pompeiani? Il Gruppo Opera Laboratori Fiorentini, la stessa presente nella Reggia di Caserta, tanto per fare un esempio. Facciamo, dunque, un po’ di conti anche per quest’altro sito: a fronte di 122mila euro incassati dalla vendita di audioguide, la soprintendenza ha ottenuto circa 18mila euro. L’area bookshop? 131mila euro incassati e 18mila euro erogati alla soprintendenza. La caffetteria ha battuto scontrini per oltre mezzo milione d’euro ma l’importo erogato alla soprintendenza si ferma a 65mila euro. Per quanto concerne le prevendite, invece, a fronte di 36mila euro di incassi, non è stato erogato nulla alla soprintendenza. Le visite guidate, infine, sono state 48.148 (dieci volte più di Pompei!), generando un introito di 167mila euro e appena 25mila euro finiti nelle casse della soprintendenza.

Oltre alle cifre esigue riconosciute al Ministero della Cultura, c’è anche un altro aspetto da considerare: Opera Laboratori Fiorentini ha sede legale a Firenze. Quindi, il gettito fiscale maturato dai servizi erogati non rimane al Sud ma va dritto in Toscana, dove la società ha sede legale. Quindi, le tasse pagate da questa società per la gestione delle attività svolte (sia chiaro, lecitamente) in Campania non incrementano le casse della Regione Campania ma della Toscana, che potrà offrire ai propri cittadini più servizi. Ma allora perché Pompei non gestisce autonomamente i propri servizi aggiuntivi?

Eppure, il Codice dei Beni Culturali, all’articolo 115, dispone che l’Amministrazione deve prioritariamente gestire i servizi in proprio, pertanto l’esternalizzazione degli stessi a società private non deve rappresentare la regola bensì l’eccezione, percorribile soltanto qualora questa opzione garantisca un più elevato livello di valorizzazione di tali siti culturali. A sostenere questa tesi è la sentenza 2259 del 16 marzo 2021 del Consiglio di Stato, secondo cui nell’ambito della valorizzazione del patrimonio museale, la gestione diretta da parte dell’amministrazione rappresenta il modello di riferimento, mentre l’esternalizzazione deve essere considerata l’eccezione.

Che significa tutto questo? Delle tre l’una. O i meridionali dovrebbero spingere i propri decisori politici ad aggiornare il quadro normativo, prevedendo un canale privilegiato per l’affidamento dei servizi aggiuntivi a società del proprio territorio. O si dovrebbe favorire un’internalizzazione dei servizi aggiuntivi. Oppure, ipotesi più concreta, andrebbero aggiornati i canoni di concessione e innalzate le tariffe, diminuendo i margini di profitto dei privati.

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