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Stalin e i dittatori del Novecento: la banalità del male che supera la follia

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Per tanto tempo la narrazione sui dittatori del Novecento, da Stalin a Hitler, sino a Pol Pot, è stata quella di persone che avessero gravi disturbi psichici. Oggi la descrizione postuma analizza quei contesti specifici e derubrica la follia, parlando invece della malignità del potere dei regimi totalitari.

Le ipotesi su Stalin

Vladimir Bechterev, un grande neurologo russo, visitò Josif Stalin il 1927, confidando ad alcune persone di trovarsi dinanzi a un paranoico. Bechterev morì improvvisamente il giorno dopo l’incontro, ufficialmente per un’intossicazione alimentare, ma il sospetto storico quasi unanime(non divenuto mai certezza) è che sia stato avvelenato su ordine di Stalin proprio a causa di quel giudizio. Ma probabilmente Bechterev sbagliava sul sanguinario dittatore sovietico.

Le ipotesi odierne

Diversi studiosi applicano a Stalin il modello dell’attore razionale. In un sistema totalitario dove il tradimento era una possibilità reale, eliminare preventivamente i potenziali rivali non era un delirio, ma una mossa politica fredda e calcolata per mantenere il potere assoluto.

Se dovessimo sottoporre Stalin a una valutazione psichiatrica moderna (basata sul DSM-5), i clinici probabilmente scarterebbero la “pazzia” nel senso comune del termine, orientandosi verso un quadro di funzionamento narcisistico e antisociale ad alto potenziale.
 Secondo il modello di Otto Kernberg, Stalin sarebbe un narcisista maligno, con tratti antisociali in un contesto, però, che non era affatto immune da logica del sospetto e “paranoia”. Tutto il sistema totalitario sovietico fino alla sua implosione viveva nel sospetto e nell’imboscata come fatto prevalentemente culturale. L’aterosclerosi cerebrale documentata avrebbe “irrigidito” i suoi tratti psicopatici già esistenti, rendendolo più irritabile e isolato negli ultimi anni, ma senza mai fargli perdere la lucidità decisionale. La diagnosi moderna sarebbe quella di una personalità Psicopatica con tratti Narcisistico-Maligni. Un uomo “ferocemente sano” di mente, ma totalmente privo di quella struttura morale che noi chiamiamo coscienza.

Hitler

Anche Adolf Hitler verrebbe descritto secondo gli attuali criteri come un narcisista maligno. In lui compaiono, messianismo, la convinzione assoluta di essere l’uomo del destino, l’unico in grado di salvare la Germania. Assenza di empatia e colpa: poteva ordinare lo sterminio di milioni di persone senza il minimo conflitto interiore. Hitler non era un “folle” naturale, ma era costantemente alterato. Il dottor Morell gli iniettava quotidianamente il Pervitin (metanfetamina) e l’Eukodal (un oppioide).

Nel suo celebre saggio Anatomia della distruttività umana,  Erich Fromm rifiuta l’idea che Hitler fosse un “pazzo” nel senso comune del termine. Lo definisce un carattere necrofilo (attratto dal potere di distruggere la vita) e affetto da narcisismo maligno. Il “narcisista maligno” è perfettamente lucido nel perseguire il potere e nel manipolare gli altri; la sua “anormalità” non è cognitiva (sa distinguere il vero dal falso), ma etica ed emotiva (mancanza totale di rimorso e coscienza).

A differenza di chi soffre di psicosi, il narcisista maligno mantiene intatta la capacità di distinguere tra sé e il mondo esterno e di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Non agisce spinto da allucinazioni, ma da una struttura di personalità rigida e distruttiva.

Mentre la “follia” è spesso percepita come una rottura improvvisa dell’equilibrio mentale, il narcisismo maligno è un modello stabile e pervasivo di comportamento che si cristallizza nell’età adulta. È una “malattia del carattere” piuttosto che una patologia psichiatrica che abolisce la volontà.

Una tesi che oggi i maggiori psicopatologi forensi italiani(Stefano Ferracuti, Renato Ariatti) o grandi autori come Antonio Semerari, condividono. Tesi, dice Renato Ariatti, che sono “ampiamente condivisibili nel momento in cui si tiene ben separata la follia dalle caratteristiche della personalità… anche quelle più disfunzionali ma che però costituiscono dei modi stabili e costanti di essere nel mondo e come tali non creano fratture con la realtà”. Ferracuti sottolinea che, ” nei disturbi di personalità non c’è una rottura del contatto con la realtà o un delirio. Il soggetto è orientato, logico e sa cosa sta facendo”.

Insomma, individui che gestiscono i propri conflitti interiori (come il senso di vuoto o la paura del fallimento) attraverso modalità comportamentali che la società giudica inaccettabili, rimanendo però padroni delle proprie scelte. Come i grandi dittatori.

Kurt Schneider, psichiatra tedesco di orientamento fenomenologico, definiva i disturbi di personalità non come “malattie” nel senso medico del termine ma come “modi di essere o varianti statistiche della norma psichica”.

“Una “variante abnorme dell’essere psichico”. Per Schneider, lo psicopatico è colui che, a causa della sua anomalia caratteriale, soffre egli stesso o fa soffrire la società”. ” Non si può guarire da ciò che si è”, scriveva Schneider.

Aaron Beck, padre del cognitivismo, ha messo in guardia contro le categorizzazioni semplicistiche di Hitler come “puro male” o “pazzo”, sostenendo che tali etichette impediscono di capire le strutture cognitive che hanno permesso le sue azioni. In sintesi: se Stalin era uno psicopatico lucido e metodico, Hitler era un narcisista istrionico con Parkinson, la cui mente era stata ulteriormente devastata dall’abuso di droghe pesanti. Entrambi “sani” per andare a processo, ma con personalità totalmente deviate.

Pol Pot

L’altro crudele e spietato dittatore sanguinario comunista cambogiano presentava elementi simili ai due più famosi “colleghi”. Pol Pot era descritto come un uomo calmo, educato, quasi timido. Questa “gentilezza” esteriore nascondeva una totale freddezza affettiva, un tratto tipico della sociopatia ad alto funzionamento. Le sue decisioni di sterminio venivano prese con una pacatezza burocratica che molti testimoni trovarono più terrificante della follia manifesta.

Se a condizionarci è l’etica

Il disprezzo che si prova per dittatori del genere può essere condizionante, ma l’etica spesso porta a non considerare tante cose. E cioè che i metodi staliniani spesso sono stati, purtroppo, imitati nelle democrazie occidentali (anche se ovviamente in scala minima) confermando che la” tendenza al complotto” sia connessa al potere. Ancora di più in un sistema, quale quello sovietico, in cui la diffidenza diventava un obbligo.

Nessuno di loro era “matto”

La storiografia attuale e la stessa psichiatria moderna non assolvono i grandi e spietati dittatori del Novecento. La teoria della paranoia di Stalin cede dinanzi a diverse evidenze. Il sistema bolscevico, di per sé permeato dalla cultura del sospetto e del “tradimento al popolo”, considerava del tutto “normale” l’epurazione dei nemici e i gulag. La supremazia del socialismo reale non ammetteva deterrenze etiche. Il nazismo, responsabile del crimine della Shoah, si poggiava su profondi sentimenti di grandezza pangermanica e su un odio verso il “giudaismo”. Con un consenso popolare rispetto al quale la Germania successivamente ha fatto bene i conti. Sia il segretario del Pcus che il capo del nazismo avevano un metodo. Ovviamente del tutto antitetico ai principi di democrazia liberale, di rispetto, di solidarietà. Dittatori spietati che rappresentano il peggio del Novecento ma che non c’entravano nulla con la follia. Definirli malati mentali ci rassicura perché li sposta fuori dal genere umano “normale”. In realtà, la verità è più scomoda: erano individui dotati di una logica coerente, ma privi di qualsiasi freno morale o empatico, capaci di trasformare l’orrore in un sistema amministrativo efficiente. La banalità e la normalità del “male”.

 

L'articolo Stalin e i dittatori del Novecento: la banalità del male che supera la follia sembra essere il primo su Secolo d'Italia.