Sahara Occidentale, il negoziato che può cambiare il Mediterraneo
Il nuovo ciclo di colloqui sul Sahara Occidentale, svoltosi a Washington il 23 e 24 febbraio, segna un passaggio strategico in una crisi che dura da oltre mezzo secolo. Le discussioni, coordinate in stretta collaborazione tra Nazioni Unite e Stati Uniti, hanno rimesso al centro la proposta di autonomia avanzata da Rabat, oggi indicata come unica base concreta di lavoro. A fornire i dettagli è stato il portavoce del Segretario generale dell’Onu, Stéphane Dujarric, durante un briefing a New York. La ripresa del dialogo è stata definita “incoraggiante”: il confronto si è sviluppato nel quadro della risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 31 ottobre 2025 su iniziativa americana. Per la prima volta, il Consiglio ha riconosciuto esplicitamente il piano marocchino come fondamento di una soluzione negoziata. Resta tuttavia aperto il nodo dell’autodeterminazione del popolo saharawi, elemento che l’Onu considera essenziale per arrivare a un’intesa reciprocamente accettabile.
Il tavolo è co-presieduto dall’inviato personale del Segretario generale per il Sahara, Staffan de Mistura, e dall’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Michael Waltz. Ai lavori partecipa anche Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, segnale di un coinvolgimento diretto della Casa Bianca.Secondo fonti diplomatiche, questo nuovo round ha permesso di trovare compromessi sulle divergenze emerse durante gli incontri dell’8 e 9 febbraio, ospitati presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Madrid. In quella sede si erano confrontati i ministri degli Esteri Nasser Bourita per il Marocco, Ahmed Attaf per l’Algeria e Mohamed Salem Ould Merzoug per la Mauritania, oltre al rappresentante del Fronte Polisario, Mohamed Yeslem Beissat. Rabat avrebbe presentato un documento di quaranta pagine con una versione ampliata dell’iniziativa di autonomia. Tra gli sviluppi più rilevanti figura la definizione del meccanismo di nomina del presidente della futura regione autonoma: sarà eletto dal parlamento regionale e formalmente designato dal Re, in conformità con la Costituzione marocchina. Un passaggio che chiarisce l’architettura istituzionale e rafforza il legame tra autonomia e sovranità. Progressi sono stati compiuti anche sul terreno elettorale. Il 2015 potrebbe fungere da anno di riferimento per risolvere le controversie legate alla registrazione degli elettori. I residenti insediatisi dopo quella data avrebbero diritto di voto, ma non potrebbero ricoprire incarichi politici fino al termine di una fase transitoria di cinque anni, rispetto ai dieci inizialmente richiesti dal Polisario. Il modello delineato prevede una distribuzione equilibrata del potere tra tre componenti: il Fronte Polisario, il popolo saharawi della regione e i marocchini residenti nella provincia. Ciascun gruppo disporrebbe di un “terzo di blocco”, un meccanismo costituzionale concepito per impedire decisioni strategiche senza consenso condiviso. L’intero impianto giuridico sarebbe sottoposto a referendum.
Nel corso delle precedenti discussioni a Madrid, la delegazione del Polisario aveva proposto la creazione di un “partito saharawi unificato” capace di riunire i propri membri e i saharawi della regione, in passato definiti “traditori” dal movimento. Un tentativo di ricomposizione interna che resta sullo sfondo del confronto. Le posizioni chiave all’interno del futuro governo autonomo sarebbero riservate ai membri delle tribù saharawi riconosciute nel censimento spagnolo del 1974, al fine di garantire la rappresentanza delle componenti sociali indigene negli organi decisionali. Lo stesso censimento servirebbe a identificare i saharawi presenti nei campi di Tindouf aventi diritto al rientro nella provincia: secondo le stime marocchine, si tratterebbe di circa 20 mila persone. Tra le ipotesi in esame vi è anche l’inclusione della regione di Tarfaya nel perimetro territoriale dell’autonomia, alla luce dei consolidati legami tribali e sociali tra le popolazioni delle due aree. Questo ciclo di negoziati conferma che i quattro attori coinvolti – Marocco, Algeria, Polisario e Mauritania – stanno discutendo esclusivamente sulla base della proposta marocchina. Sul piano politico, il messaggio americano è chiaro. In un’intervista a France 24, Massad Boulos ha ribadito che Washington attribuisce “grande importanza” alla soluzione del conflitto, avvertendo che il negoziato non potrà protrarsi indefinitamente. Il presidente Trump, ha aggiunto, segue con attenzione un dossier che dura da oltre cinquant’anni e ritiene necessario imprimere un’accelerazione. Boulos ha infine riaffermato il sostegno degli Stati Uniti alla sovranità marocchina sul Sahara, definendo tale posizione ferma e costante, pur precisando che gli attuali sforzi diplomatici si inseriscono nel rispetto del processo guidato dalle Nazioni Unite. Un doppio binario che punta a trasformare l’autonomia da proposta politica a possibile soluzione concreta.
