La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa a Trump contro le sanzioni del governo Usa
La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa al presidente Trump e ad alti funzionari dell’amministrazione Usa, contestando le sanzioni che il governo statunitense le ha imposto per il suo sostegno al perseguimento giudiziario dei leader israeliani e delle aziende internazionali coinvolte nella guerra a Gaza. La notizia è stata diffusa nel giorno in cui la Francia, dopo le polemiche, ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale per i palestinesi nei territori occupati.
Il ricorso civile, depositato presso il Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, sostiene che l’amministrazione Trump ha violato i diritti garantiti alla Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i diritti dei palestinesi nei territori occupati, dal Primo, Quarto e Quinto Emendamento, sequestrando irragionevolmente i suoi beni senza il dovuto processo legale. Il ricorso chiede al tribunale di dichiarare le sanzioni incostituzionali.
La causa è stata intentata dal marito, Massimiliano Cali, e dal figlio della coppia – il cui nome non è stato reso pubblico – poiché le regole delle Nazioni Unite impediscono a Francesca Albanese di presentare la denuncia a proprio nome. Nel ricorso, la famiglia della Albanese denuncia la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento dell’esperta Onu a Washington.
“Le sanzioni, se utilizzate in modo appropriato, sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari”, si legge nel ricorso: “Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce”.
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