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Bimbi in braccio: Dentro il crollo della fertilità e la nuova frontiera della procreazione assistita

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Bimbo in braccio. Lo chiamano così, l’obiettivo di ogni procedura di Procreazione medicalmente assistita (Pma) e di ogni viaggio della speranza verso la clinica più rinomata o la tecnica più innovativa. «Vi hanno dato garanzie di “bimbo in braccio”?» si chiedono le coppie alla ricerca di un figlio nei forum online e nei corridoi delle cliniche. Dietro questa frase c’è un mondo di speranze, che ogni mese svaniscono: il bambino non arriva. E la garanzia di tenerlo – un giorno – in braccio non può darla nessuno.

L’infertilità è riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come vera patologia e in

Italia riguarda il 15 per cento delle coppie in età riproduttiva, quasi 60 mila nuovi casi ogni anno. A questi si aggiungono i circa 9 mila pazienti oncologici che per sconfiggere il cancro devono sottoporsi a trattamenti che possono compromettere la fertilità. 

Nell’Italia della denatalità e della crescita – sotto – zero, dove gli ultraottantenni sono più dei bambini con meno di 10 anni di età e dove nel 2024 si sono registrate solo 370 mila nascite (erano 577 mila nel 2008) c’è anche un esercito di donne e uomini che vogliono diventare mamme e papà, ma con i “metodi naturali” non riescono proprio. Secondo l’ultimo rapporto sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma), presentato in Parlamento a inizio febbraio, nel 2023 i bambini nati grazie a procedure di inseminazione artificiale sono stati 17.235.

L’età media delle donne che si sottopongono a Pma è di quasi 37 anni. Molte sono le celebrità che hanno parlato dei loro complicati percorsi per avere un figlio: per esempio Antonella Clerici, che ha fatto ricorso a trattamenti per concepire la sua Maelle (nata quando lei aveva già 45 anni), e Mariah Carey, che ha raccontato di aver seguito percorsi per la fertilità dopo un aborto spontaneo. Nel 2011 è poi diventata mamma di due gemelli.

Anche Cecilia Rodriguez ha dichiarato di aver concepito la figlia Clara con tecniche di Pma. «In genere una coppia arriva in un centro di procreazione assistita dopo un periodo prolungato di mancato concepimento», dice a Panorama il ginecologo Francesco Gebbia, co-direttore della clinica IVI di Roma, che effettua circa 2 mila cicli all’anno. «Le indicazioni sono chiare: sotto i 35 anni si consiglia di iniziare gli accertamenti dopo un anno di tentativi non andati a buon fine, sopra i 35 già dopo sei mesi. Ma non è una regola rigida: ogni coppia deve decidere in modo consapevole se e quando è il momento giusto».

A quel punto inizia un percorso che non è facile né privo di ripercussioni sia economiche che psicologiche, e che viene effettuato con un meccanismo «a complessità crescente». «Una volta definito il quadro generale dell’infertilità di coppia, si possono proporre approcci diversi» continua Gebbia. «Si parte da semplici strategie di monitoraggio dell’ovulazione per poi passare a trattamenti veri e propri. Questi si dividono in procedure di primo, secondo e terzo livello, e si va dalla “semplice” inseminazione intrauterina, alla Fivet, cioè la fecondazione in vitro, e procedure con scongelamento di ovociti o embrioni. Fino ad arrivare alle tecniche eterologhe, con ovociti o spermatozoi di donatori anonimi».

Il percorso, se effettuato nel privato, ha un costo non indifferente: si va dai 1.000/2.000 euro a tentativo per le fecondazioni intra uterine, si arriva fino ai 7 mila per le Fivet e agli 11 mila euro per i trattamenti con donazione dei gameti. Se ci si rivolge al pubblico, c’è il problema delle liste d’attesa e della poca disponibilità dei centri: nonostante questo, più del 60 per cento dei trattamenti più avanzati (cioè II e III livello) effettuati con i gameti della coppia viene eseguito nel pubblico. Sempre secondo l’ultimo rapporto presentato in Parlamento, i centri Pma iscritti al Registro nazionale sono 316: 96 pubblici, 18 privati convenzionati e 202 privati. Più della metà si trovano in 4 regioni: Lombardia, Campania, Lazio e Veneto.

Una storia a sé, in campo di preservazione della fertilità, riguarda i malati di cancro. In Italia, ogni anno, quasi 9 mila giovani in età fertile vanno incontro alla necessità di curare un tumore. «La diagnosi di cancro, soprattutto in giovane età, pone i pazienti in una situazione di incertezza e preoccupazione per le prospettive di vita negli anni successivi», spiega il ginecologo dell’Ieo Fedro Peccatori, uno dei pionieri dell’oncofertilità in Italia. «Preservare la fertilità di questi malati significa dar loro la possibilità di immaginare un futuro da genitori dopo la malattia, e questo, per molti pazienti giovani, ha un valore enorme. Oggi sappiamo che la stimolazione ovarica non peggiora la prognosi oncologica, nemmeno nei tumori ormono-sensibili, e anche che nel maggior numero di casi un ritardo di 15-20 giorni nell’inizio delle cure non ha impatto sulla sopravvivenza. Quindi le pazienti (e anche i pazienti, in caso di prelievo di spermatozoi) che vogliono riservarsi questa possibilità possono farlo in totale serenità».

Naturalmente è essenziale che tutto il percorso venga eseguito nel più breve tempo possibile. «Il cancro arriva senza preavviso, e servono risposte immediate», conclude Peccatori. «È per questo che devono esistere percorsi senza liste d’attesa, in cui la paziente viene visitata entro 24-48 ore. Prima di tutto serve un counseling riproduttivo che tenga conto dei desideri della persona, e subito dopo una raccolta tempestiva dei gameti, perché a seguire occorre operare e iniziare la chemioterapia o la radioterapia per curare il cancro.

Da questa esigenza sono nati i centri di oncofertilità come il nostro dello Ieo, che mettono insieme oncologi, chirurghi, radioterapisti e specialisti della riproduzione, per creare un percorso rapido e centrato sul paziente». La logica è semplice: se raccogli i gameti prima che le cure danneggino l’apparato riproduttivo, puoi in seguito utilizzarli per una fecondazione. Davanti a questi numeri di infertilità per varie cause, è facile comprendere come il ricorso sempre maggiore alle procedure di procreazione assistita abbia già – e avrà ancora di più nei prossimi anni – una forte ricaduta occupazionale. Secondo le stime della Società italiana di embriologia e riproduzione umana (Sierr), nel giro di dieci anni raddoppierà la richiesta di embriologi, cioè di quei professionisti che si occupano della fecondazione degli ovociti in laboratorio, di controllare lo sviluppo degli embrioni e di selezionare quelli più adatti da trasferire nell’utero.

Ed ecco quindi che gli atenei iniziano a istituire corsi post-laurea con lo scopo di fornire competenze nel campo dell’embriologia clinica e sperimentale e delle scienze bioinformatiche e bio-ingegneristiche. Lo ha fatto innanzitutto l’Università di Pavia, con il Master annuale di secondo livello in “Biologia e biotecnologie della riproduzione”, realizzato in collaborazione con Ivirma, colosso della procreazione assistita. «Il nostro corso prevede il contributo di oltre 80 docenti, e copre tutte le tematiche che ruotano attorno alla Pma, dalla ricerca di base alla clinica, fino alle applicazioni industriali», dice a Panorama il professor Maurizio Zuccotti, coordinatore del Master pavese. «Non ci occupiamo solo di tecnica, ma anche del rapporto con il paziente, degli aspetti psicologici, dell’alimentazione e di tutto ciò che una coppia vive durante un percorso di procreazione assistita».

Obiettivo del corso è infatti quello di formare non solo embriologi clinici, ma professionisti a 360 gradi, con una visione ampia delle opportunità lavorative nel settore. «Possono accedervi laureati in Medicina e Chirurgia, ma anche in Biologia, Biotecnologie e altre lauree magistrali affini», conclude Zuccotti. «L’idea è quella di offrire un percorso di approfondimento solido a chi vuole lavorare nell’ambito della riproduzione. Nei primi tre cicli del Master circa l’80 per cento degli studenti ha trovato una collocazione, tra pubblico e privato, spesso già durante o subito dopo il corso».

Perché nell’Italia che i bambini per mille motivi non li fa più, serviranno sempre più professionisti per aiutare chi – invece – il “bimbo in braccio” lo sogna ancora. A dispetto di ogni ostacolo.