Olimpiadi, perché le nazioni ospitanti ottengono risultati migliori rispetto all’edizione precedente: cosa dicono gli studi
La protagonista e rivelazione delle Olimpiadi invernali disputate in Italia è l’Italia (il medagliere aggiornato). Ma com’è possibile? L’edizione di Milano–Cortina conferma che esiste un “effetto nazione ospitante”, meglio noto come “host country boost”. Secondo calcoli matematici e alcune statistiche, infatti, i paesi che organizzano i Giochi Olimpici ottengono risultati impronosticabili e nettamente superiori alle edizioni precedenti (e successive) in cui non sono i padroni di casa.
Secondo gli studi effettuati dall’Università di Reading e da FiveThirtyEight – sito web statunitense specializzato in sondaggi, politica e sport – un paese ospitante registra mediamente un aumento di circa 12-13 medaglie totali rispetto alla sua media storica e un incremento del numero di ori di circa il 70–80% rispetto all’edizione precedente. Prendiamo come esempio proprio l’Italia. Nel 2022 a Pechino il medagliere registrava 17 medaglie, di cui solamente 2 d’oro. Quattro anni dopo, a Milano-Cortina, l’incremento è lampante. Soprattutto se pensiamo al primo posto: più di 8. Ma andiamo più nello specifico. Perché l’aumento delle prestazioni non è dovuto solo a un (prevedibile) aumento del supporto del “tifo di casa“.
Cosa dicono gli studi
Ci sono diversi fattori a fare la differenza. A partire dal numero degli investimenti sul territorio. Una nazione che ospita i Giochi, infatti, inizia a investire nello sport almeno 7-10 anni prima dell’evento. Questi fondi servono a finanziare programmi d’élite e strutture all’avanguardia. Il Washington Post sottolinea che i paesi ospitanti spesso aumentano i finanziamenti proprio nella speranza di ottenere più medaglie. La Spagna, ad esempio, aveva assegnato ai suoi atleti più forti un compenso in vista dei Giochi di Barcellona del 1992. Risultato? Ben 22 medaglie (tra cui 13 ori), 18 in più rispetto alle 4 del 1988.
Poi entra in gioco il concetto di qualificazione automatica: come nazione ospitante, infatti, il paese ha il diritto a iscrivere atleti in quasi tutte le discipline presenti, anche quelle in cui solitamente la qualificazione è un miraggio. Ovviamente più atleti in gara aumentano la probabilità (almeno sulla carta) di medaglia.
Inoltre il CIO (il Comitato Olimpico) permette al comitato organizzatore di proporre nuovi sport popolari al paese ospitante, come accaduto a Tokyo 2020 con il karate e a Parigi 2024 con la break dance (in cui la Francia ha vinto la medaglia d’argento nel circuito maschile).
Un altro potenziale fattore è il viaggio: gli atleti che gareggiano nel loro paese d’origine hanno meno probabilità di doversi adattare a una cultura e a un clima che già conoscono, rispetto a chi invece arriva dall’altra parte del mondo. Un vantaggio ambientale che diventa importante fattore psicologico.
L’”home advantage” sta diminuendo?
L’Università di Reading si concentra maggiormente sullo studio dell’”home advantage”. La spinta del pubblico è decisiva. E vincere più medaglie passa anche da questo tipo d’impulso. L’effetto casa è sempre stato un fattore reale, ma sta leggermente diminuendo nel tempo. Se nelle prime edizioni del 900 il vantaggio era enorme, oggi la globalizzazione dello sport e i controlli antidoping più severi rendono la competizione più equilibrata per il tipo di quantità e la qualità di valori visti in campo. Così il frastuono rimane importante, ma non più decisivo come una volta.
L’effetto “trascinamento”
I dati confermano il trend. Molto spesso il miglioramento – in termini numerici – viene anticipato nell’edizione precedente (proprio per via dei finanziamenti già attivi), ma svanisce lentamente – e in modo costante – già durante quella successiva. In un arco temporale di 8 o 12 anni, raggiunto il picco a metà, poi è tutto un lento declino. O un incoraggiante aumento se si considera solo la parte a sinistra di un ipotetico grafico.
Effetto Olimpiade invernale
Per confermare gli studi sopracitati (soprattutto quelli dell’Università di Reading) è bene mettere a fuoco una differenza sostanziale tra le Olimpiadi estive e quelle invernali. Le seconde, infatti, non hanno discipline in cui il tifo influenza nettamente la performance. Basti pensare al calcio o alla pallacanestro, sport dove i fan hanno una cultura differente. Il curling, ad esempio, non approva le provocazioni e le urla. E anche uno sciatore, nel momento della partenza, non sarà mai influenzato dagli applausi come accade al suo arrivo.
Allo stesso tempo, nei Giochi invernali le nazioni ospitanti possono usare le materie prime a loro vantaggio. Così ne parla il The Guardian riguardo ai campi: “Il ghiaccio di casa può essere un vantaggio letterale. Gli atleti statunitensi di bob, skeleton e slittino hanno ottenuto una prestazione stellare nel 2002 sulla loro amata pista dello Utah Olympic Park, dove conoscevano tutte le curve come il palmo delle loro mani”.
Poche eccezioni
A disordinare i piani c’è l’edizione del 1996 ad Atlanta, in cui gli Stati Uniti vinsero meno medaglie rispetto a Barcellona 1992 (101 con 44 ori rispetto alle 120 con 46 primi posti in Spagna). Ci sono anche altre due edizioni delle Olimpiadi che vanno controcorrente rispetto agli studi. Nel 1980, gli USA boicottarono le Olimpiadi di Mosca per protestare contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan.
In quell’annata (riconosciuta come “il più grande boicottaggio olimpico di sempre”) circa 60 paesi seguirono l’esempio americano lasciando all’Unione Sovietica il dominio assoluto del podio. Gli atleti sovietici vinsero ben 70 medaglie in più rispetto ai Giochi precedenti. Quattro anni più tardi, furono i sovietici a saltare le Olimpiadi di Los Angeles. E così gli Stati Uniti collezionarono 174 medaglie in loro assenza (rispetto alle 94 delle Olimpiadi del 1976).
L'articolo Olimpiadi, perché le nazioni ospitanti ottengono risultati migliori rispetto all’edizione precedente: cosa dicono gli studi proviene da Il Fatto Quotidiano.
