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“Stanno distruggendo i miei bambini, vogliono tornare a casa”: lo strazio della famiglia nel bosco nella lettera della mamma

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Un urlo silenzioso che squarcia il velo del politicamente corretto e mette a nudo i fallimenti di un sistema che, troppo spesso, in nome di una presunta “protezione”, finisce per delegittimare e colpire al cuore  ciò che dovrebbe custodire: il legame sacro tra genitori e figli. La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” si arricchisce oggi di una testimonianza drammatica: quella di Catherine Birmingham, la mamma dei tre bambini strappati lo scorso novembre a una vita fatta di natura, libertà e affetti, per essere portati e monitorati in una struttura protetta a Vasto.

Famiglia nel bosco, la lettera della madre dei tre piccoli che punta al cuore

La sua lettera oggi, pubblicata dal quotidiano Il Centro, non è allora solo un atto d’accusa dettagliato. Ma il racconto straziante di un’infanzia negata, dove il calore della casa è stato sostituito dal freddo rigore di restrizioni che, a quanto continua a denunciare la madre – e dopo quanto sostenuto dal papà, Nathan – starebbero logorando l’anima dei più piccoli.

È una lettera accorata e dettagliata quella scritta da Catherine Birmingham, che dal novembre scorso vede i suoi tre figli, collocati in una struttura protetta a Vasto (Chieti) dopo l’allontanamento deciso dall’autorità giudiziaria. I bambini sono stati tolti alla madre e al padre, Nathan Trevallion, e inseriti in un contesto che – secondo quanto denunciato dalla donna – avrebbe provocato loro disagio psicologico ed emotivo. Nel documento allora, indirizzato alle figure incaricate della tutela dei minori, la madre riferisce che i bambini hanno più volte espresso il proprio disagio. Dicendo apertamente di essere «infelici» e di trovare il luogo in cui vivono «brutto».

«I bimbi sono infelici, vogliono tornare a casa»

Il figlio maschio, si legge, avrebbe parlato anche a nome delle sorelle, chiedendo di tornare a casa. E spiegando che ai bambini «mancano il papà, gli animali, gli amici e la loro casa». La lettera, insomma, descrive un progressivo peggioramento delle condizioni dei minori dopo l’allontanamento forzato. La madre parla di incubi notturni e risvegli accompagnati da «urla orribili», Parentesi preoccupanti, durante le quali i bambini invocherebbero l’aiuto della madre.

Non solo. Vengono inoltre segnalati comportamenti regressivi e segnali di forte stress: i bambini, scrive Catherine Birmingham, «masticano costantemente dita, capelli e vestiti», arrivando a rompere anche i supporti in gomma pensati per la regolazione sensoriale. Tra gli elementi indicati come particolarmente penalizzanti, la donna segnala anche le limitazioni alla libertà di movimento. Nella lettera si afferma che ai bambini sarebbe stato vietato «persino andare in bicicletta intorno all’edificio» o di svolgere attività all’aperto in aree in cui avrebbero potuto restare vicini alla madre.

Famiglia nel bosco, la lettera della madre: figli «isolati da amici, familiari e genitori che amano»

Restrizioni che, secondo la donna, avrebbero inciso ulteriormente sull’equilibrio emotivo dei minori, privati dei loro «bisogni emotivi e fisici». Secondo Catherine Birmingham, infatti, i figli sarebbero stati progressivamente isolati «da amici, familiari e genitori che amano». E privati di «ogni meccanismo di difesa» necessario ad affrontare una separazione così drastica. Le loro richieste d’aiuto, si legge nel testo, sarebbero state «ignorate, liquidate, non credute». E senza che venissero intraprese azioni concrete in loro favore.

La denuncia della mamma: «Richieste d’aiuto ignorate»

E ancora. Nel cuore della lettera, Catherine Birmingham affida a una formula secca e simbolica la propria critica all’intervento istituzionale. «Le richieste d’aiuto dei miei figli sono state ignorate. Liquidate. Non credute», scrive la donna. Spiegando che a fronte del disagio manifestato non sarebbe seguita alcuna azione concreta in loro favore. «Invece», aggiunge, «sono stati dati in dono zucchero, istruzione e siringhe». Nel documento si parla di «rabbia, ansia, suppliche di non lasciarli soli», di fame e stanchezza, e di una condizione di malessere che sarebbe aumentata «ogni giorno, per quasi tre mesi». Fino a configurare – secondo la donna – un quadro di trauma, depressione e ansia costante.

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