ATP Doha: Popyrin, australiano e cittadino del mondo tra talento, cadute e ripartenze
A Doha il cammino di Jannik Sinner incrocia quello di un giocatore difficile da incasellare nelle etichette. Alexei Popyrin non è soltanto il numero 53 del mondo che l’azzurro affronta al secondo turno, ma un talento che negli ultimi anni ha alternato exploit e frenate improvvise, costruendo la propria carriera tra continenti, accademie e ripartenze. Uno di quei profili che il circuito conosce bene, ma che il grande pubblico tende a riscoprire ogni volta che riemerge nelle zone alte dei tabelloni, partendo da quelle grigie.
L’australiano ha superato all’esordio la wild card locale Mubarak Shannan Zayid, ritrovando un successo che mancava dallo scorso US Open. Un segnale importante, più mentale che tecnico, perché restituisce continuità a un periodo complesso. I precedenti con Sinner sono in equilibrio sull’1-1. Anche se il momento e la solidità dell’azzurro spostano inevitabilmente il pronostico verso il numero due del mondo. Che ha vinto l’ultimo incrocio, dominando, allo US Open.
Alexei Popyrin: cittadino del mondo
Per capire Alexei Popyrin bisogna partire dalla sua storia familiare e da un’identità costruita lontano da un unico punto di riferimento. Nato a Sydney, avrebbe potuto crescere altrove: Italia, Svezia e Stati Uniti erano opzioni reali quando i genitori decisero di lasciare la Russia in cerca di stabilità e di prospettive. La scelta cadde sull’Australia, dove il padre intraprese un percorso accademico e la famiglia trovò una nuova casa.
Alexei è cresciuto viaggiando, passando da un’accademia all’altra e modellando il proprio tennis in contesti completamente diversi. Prima Dubai, poi la Florida, quindi l’Italia, a Bordighera, e infine la Spagna, dove ha scelto di fermarsi per confrontarsi con una cultura tennistica diversa, più dura, più tecnica. Non era la terra battuta la sua superficie naturale, ma proprio su quella superficie ha costruito una parte fondamentale della propria identità sportiva. Questo percorso lo ha reso un giocatore atipico, difficile da leggere in modo lineare: potente, aggressivo, con un servizio pesante e un diritto capace di fare male, ma anche incline a passaggi a vuoto quando la fiducia non lo sostiene.
La vittoria che cambia il destino
Nel 2017 conquista il Roland Garros junior e, con quel successo, cambia prospettiva. Il college americano, fino a quel momento opzione concreta, passa in secondo piano: Popyrin sceglie il professionismo e inizia la scalata nel circuito ATP. È una decisione che segna il punto di non ritorno, il momento in cui il tennis smette di essere un’opzione e diventa un progetto di vita.
I risultati arrivano negli anni: Singapore 2021, Umago 2023 e soprattutto Montreal 2024, il titolo più importante, quello che lo spinge fino al best ranking di numero 19 del mondo.
Un torneo giocato con coraggio e continuità, capace di restituire l’immagine di un giocatore pronto per stare stabilmente tra i migliori. Nel suo percorso si è tolto anche soddisfazioni pesanti, battendo avversari di primo piano e dimostrando di poter competere a livello alto. Quando trova ritmo e sicurezza, Popyrin diventa un avversario pericoloso per chiunque, soprattutto sul veloce.
Il 2025 complicato e la ricerca di fiducia
Dopo l’exploit canadese, però, il percorso si inceppa. Il 2025 diventa una stagione difficile, fatta di sconfitte e di fiducia da ricostruire. Il tennis, per sua natura, amplifica tutto: quando si vince sembra che la strada sia tracciata, quando si perde ogni partita diventa un macigno. Dopo il successo al primo turno dello US Open, l’australiano resta a lungo senza vittorie. Una striscia negativa che pesa soprattutto dal punto di vista mentale, perché arriva in un momento in cui l’aspettativa su di lui è cresciuta. Il ritorno al successo a Doha ha il sapore di una liberazione, più che di una semplice qualificazione al turno successivo.
La sconfitta più dolorosa arriva all’Australian Open, al quinto set contro Alexandre Muller, dopo una quantità enorme di occasioni sprecate. Una partita che lo segna, anche emotivamente, perché il legame con il pubblico di casa è fortissimo: rappresentare l’Australia, per lui, è una scelta identitaria prima ancora che sportiva. Non è un caso che nel corso degli anni abbia sempre ribadito quanto il senso di appartenenza sia centrale nel suo percorso. Cresciuto tra più Paesi, ha trovato proprio nella maglia australiana il suo punto fermo, la radice a cui tornare. Perché, in fondo, le radici profonde sono le uniche che non gelano.
