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Da Torino 2006 a Milano Cortina 2026: gli eroi di allora e di oggi del team-pursuit in cima all’Olimpo!

Nel 2006, alle Olimpiadi Invernali di Torino, nello speed skating fece il debutto una nuova specialità, quella del team pursuit maschile (detta anche inseguimento a squadre): in quelli che si pensavano essere dei Giochi irripetibili per il pattinaggio di velocità azzurro, fu l’Italia la prima della storia a fregiarsi dell’oro.

L’Italia nel quintetto iscritto alla gara poteva contare su Matteo Anesi, Enrico Fabris, Ippolito Sanfratello, Stefano Donagrandi ed Ermanno Ioriatti: il format di gara contava un turno in più rispetto a quello attuale, dato che le qualificazioni servivano soltanto a definire il tabellone, che partiva dai quarti.

Nelle batterie scesero in pista Donagrandi, Fabris e Sanfratello, che fecero segnare il secondo crono alle spalle del Canada: nei quarti di finale l’incrocio fu con gli Stati Uniti, contro i quali il terzetto azzurro vide la sostituzione di Donagrandi con l’ingresso di Anesi. L’Italia la spuntò per 0.47, limando oltre 4″ al crono delle batterie.

In semifinale, la sfida contro i Paesi Bassi si risolse nel momento in cui il terzetto neerlandese cadde, venendo così ripreso dagli azzurri, circostanza che pose fine alla contesa. Nell’ultimo atto il duello con Canada vide l’Italia volare letteralmente verso l’oro, rifilando quasi 3″ai nordamericani.

Sono passati quattro lustri e cinque edizioni dai Giochi da allora, l’inseguimento a squadre è cambiato notevolmente nella tecnica, con le squadre che non si danno più i cambi, ma con lo stesso atleta che conduce la gara in testa per tutti gli otto giri previsti e gli altri due a spingere dietro.

Si tratta di un cambiamento epocale per l’abbassamento dei tempi di percorrenza, paragonato addirittura al Fosbury flop, che ha rivoluzionato il salto in alto: introdotto dagli Stati Uniti nel 2020, da allora viene adottato da tutte le squadre, dato che si stima che ogni cambio facesse perdere circa due decimi di secondo.

A Milano Cortina 2026, però, il cosiddetto pain train statunitense è stato demolito dal terzetto azzurro composto da Davide Ghiotto, Michele Malfatti ed Andrea Giovannini: gli azzurri hanno vinto le qualificazioni, battendo proprio gli Stati Uniti in batteria, poi hanno rifilato 1″79 ai Paesi Bassi in semifinale.

Nell’ultimo atto nuova sfida con i nordamericani, e, nel tripudio generale, l’esito è stato nettissimo: gli Stati Uniti sono saltati in aria a metà gara, quando l’Italia ha cambiato passo, e l’arrivo è stato in parata, con un gap di 4″51 in favore degli azzurri, tornati dopo 20 anni sul gradino più alto del podio olimpico.

A Torino 2006 vi salirono in quattro, ovvero Anesi, Donagrandi, Fabris e Sanfratello, nel 2026 lo hanno fatto in tre, ovvero Ghiotto, Giovannini e Malfatti. Vanno menzionate anche le riserve, che non sono scese in pista e non hanno guadagnato la medaglia: nel 2006 toccò ad Ermanno Ioriatti, nel 2026 è stata la volta di Riccardo Lorello.

Il filo rosso che unisce questi due successi così lontani nel tempo, però, risponde al nome di Maurizio Marchetto: era alla guida dell’Italia a Torino 2006, è il direttore tecnico degli azzurri a Milano Cortina 2026. Oggi, come allora, l’Olimpiade dello speed skating azzurro è un trionfo che non si limita al team pursuit maschile.