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Rubio in Ungheria assicura a Orban l’appoggio di Trump alle elezioni. Il premier: “Tra noi una nuova età dell’oro”

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Un “San Valentino” a scoppio ritardato ma ugualmente intenso quello tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il primo ministro ungherese Viktor Orban. Rubio, in visita a Budapest, dice a chiare lettere che Donald Trump è impegnato per la vittoria di Orban alle prossime elezioni (12 aprile); il magiaro parla di una nuova “era dell’oro” per i rapporti tra Ungheria e Stati Uniti e poi rilancia la figura del tycoon come grande statista, specie in correlazione con la guerra Russia-Ucraina: “Se Donald Trump fosse stato il presidente degli Stati Uniti questa guerra non sarebbe mai scoppiata. E se lui non fosse il presidente allora non avremmo avuto nessuna chance di mettere fine alla guerra con la pace. L’Ungheria è pronta a ospitare un vertice di pace qui a Budapest, se ce ne sarà uno”.

L’appoggio americano in vista delle elezioni per Orban è importante, dato che dopo 16 anni il premier potrebbe prendere una batosta da Péter Magyar , leader del partito di opposizione Tisza, che nei giorni scorsi ha accusato di essere stato ricattato con un sextape, e agli ungheresi promette: “Bisogna finirla con la corruzione generalizzata, l’odio, lo stallo economico. Bisogna riprendere la nostra patria e ricostruire un Paese funzionante e umano, ricondurre l’Ungheria nell’Europa”. Secondo l’ultimo sondaggio di Medián, a metà gennaio, il partito Tisza ha aumentato il suo vantaggio su Fidesz-KDNP di 12 punti.

Già a sentire Ungheria nell’Europa l’amministrazione Trump si dimena, e così arriva Rubio a dare rassicurazioni a Orban: “Posso dire con sicurezza che il presidente Trump è profondamente impegnato per il suo successo – ha detto il segretario di Stato durante la conferenza stampa a Budapest – perché il suo successo è anche il nostro successo, perché questa relazione che noi abbiamo qui in Europa centrale grazie a lei è così vitale per i nostri interessi nazionali”.

Rubio aggiunge: “Non credo che sia un mistero e non dovrebbe essere un mistero quello che il presidente pensa di lei, come avete interagito durante il suo primo mandato e come la relazione sia cresciuta ancora nel secondo. Le relazioni tra Stati Uniti e Ungheria sono più strette di quanto si possa immaginare che siano e non solo in senso retorico, ma sono strette nell’azione e nelle cose che effettivamente succedono”.

Insomma, Orban può dormire sonni tranquilli perchè su di lui veglia l’amico americano: “Se voi fronteggiate un problema finanziario, un impedimento nella crescita, una minaccia alla stabilità del Paese, so che il presidente Trump sarebbe molto interessato per la vostra relazione e per l’importanza di questo Paese per noi”.

Il premier magiaro non è da meno: “Non ricordo, nonostante sia impegnato in politica da circa 30 anni, quando è stata l’ultima volta che i rapporti tra le due nazioni sono stati così elevati, così equilibrati e così amichevoli; quindi i miei più sentiti ringraziamenti vanno al Presidente Trump”. Per Orban il segreto di questa alleanza sta nella “franchezza”.

“Giochiamo a carte scoperte, la nostra partnership si basa sulla franchezza. Se qualcosa non ci piace, lo diciamo e gli americani fanno lo stesso. Da quando Trump è diventato presidente, non abbiamo avuto conflitti in nessun ambito. Sosteniamo la franchezza, ed è proprio per questo che siamo un partner affidabile. E il presidente Trump non usa mezzi termini allo stesso modo, non ci sono tabù tra noi, e questo vale anche per la Cina”.

In base a questa “franchezza” è necessario ricordare che gli Stati Uniti hanno concesso all’Ungheria – durante la visita di Orban a Trump lo scorso novembre – una esenzione di un anno proteggendola dalle sanzioni per quei paesi che commerciano e usufruiscono di petrolio russo: “È nel nostro interesse nazionale, specialmente fino a quando lei sarà il primo ministro e il leader di questo Paese”.

Dall’Unione arriva il commento della portavoce della Commissione Europea, Paula Pinho: “Spetta al governo degli Stati Uniti d’America scegliere” se sostenere dei candidati alle elezioni politiche in altri Paesi. L’Unione Europea ha “un approccio diverso: non abbiamo l’abitudine di sostenere candidati durante le campagne elettorali”.

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