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Lo scontro sul referendum si fa tutto politico: passa da qui la svolta verso il regime

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Fatalmente, spiazzando Giorgia Meloni e la maggioranza schierata compatta per il Sì, il referendum sulla Giustizia è scivolato lungo la china del confronto politico. La questione dirimente – i sette articoli della Costituzione che la riforma Nordio vorrebbe polverizzare – sono trasmigrati sul terreno dello scontro politico a tutto campo. Senza esclusione di colpi, spesso con colpi sotto la cintura in spregio alle regole del confronto e della contrapposizione delle idee, degradati a insulto e a manipolazione di qualunque evento si presti allo scopo.
A destra come a sinistra si percepisce il valore squisitamente politico del referendum, ben oltre la questione specifica, seppure importante e dirimente. In gioco può finire per essere la salute politica della premier e della sua maggioranza. Una sconfitta alle urne del 23 e 24 marzo, quanto più ampia e sonora tanto più esplicitamente significativa, ridurrebbe l’una e l’altra ad un’anatra zoppa.

Valga l’esempio del governo Renzi, baldanzosamente andato alla verifica popolare sul progetto di riforma costituzionale nel 2016. Renzi non resistette alla tentazione di intestarsi personalmente la consultazione, finendone travolto. Meloni ha fatto di tutto per schivare la trappola, tuttavia gli eventi l’hanno scavalcata, che il referendum investirà prima di ogni altra cosa proprio la presidente del Consiglio e la sua agibilità politica nello scorcio finale della legislatura.

Anche sul fronte opposto, quello del No, i mal di pancia non mancano. Il Pd di Schlein è afflitto dagli eretici del sì, l’ala riformista di Picierno, Guerini e Fassino. Il M5S è tentato dalla spallata sul nome del candidato premier per il 2027. I polverosi cespuglietti centristi, guidati dal Italia Viva, secondo indole ondeggiano fra il sì già sposato da Calenda, peraltro transitato a destra con armi e bagagli, e i misteri alimentati dal leader unico, Renzi ci farà sapere come voterà soltanto alla vigilia.

La deriva politica del referendum è spiegabilissima. La riforma Nordio è il perno attorno al quale, negli auspici di chi sta al governo, dovrebbe ruotare la svolta in senso autoritario e illiberale che rappresenta il marchio di fabbrica del governo Meloni. Per centrare l’obiettivo è cruciale cambiare la Costituzione, svuotandola in senso antigarantista, smontando l’equilibrio perfetto dei poteri costruito dai Padri Costituenti. La riforma Nordio dovrà offrire la sanzione per così dire giuridica alle manomissioni già in corso ai danni della Carta. L’elenco è ricco.

Il decreto Sicurezza con l’obbrobrio del fermo preventivo, le strette alla libertà di riunione e manifestazione del pensiero garantite dagli art 17 e art 21 della Costituzione, lo scudo penale per gli agenti di polizia e assimilati. Il ddl Gasparri-Delrio (singolare consonanza di sentimenti fra destra e sinistra) che intende punire come manifestazioni di antisemitismo qualunque critica a Israele (sarà vietato persino inneggiare alla libertà del Palestina!). La stupefacente circolare del ministro Valditara che vieta qualunque discussione o proiezione cinematografica nelle scuole che riguardi Gaza. Le schedature degli insegnanti sospettati di professare idee di sinistra invocate da Azione Studentesca, figliazione giovanile di Fratelli d’Italia.

Tutte queste torsioni autoritarie puzzano di regime e segnalano ad abundantiam la svolta antidemocratica che Meloni e i suoi partner vogliono imprimere alla vita politica italiana.

La riforma della Giustizia della quale lo stesso Nordio candidamente denuncia l’obiettivo finale: sottoporre il pubblico ministero al potere esecutivo, ossia al governo, è omogenea alla strategia di sbocconcellare l’impianto della Costituzione utilizzando espedienti capaci di parlare alla pancia dell’elettorato di destra.

Ultimo trucco, la minaccia (inesistente) dell’invasione migratoria, tema che ha appena ricevuto una chiara impostazione repressiva richiamata nel ddl recentemente approvato dal Cdm che ha introdotto norme più severe rispetto all’immigrazione illegale e richiamato all’attuazione del patto dell’Ue sulla migrazione e l’asilo del maggio 2024. In sintesi, più severi controlli alle frontiere fino ad attuare il blocco navale in acque territoriali italiane. Procedure accelerate di rimpatrio, requisiti stringenti per i ricongiungimenti familiari, sanzioni rafforzate in caso di inosservanza degli ordini di allontanamento, procedura peraltro nella quale il governo si è finora segnalato per insipienza.

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