Forse educare oggi significa questo: custodire e nutrire lo spazio dell’immaginazione
di Francesco P. Nicolaci*
E’ un fatto che i giovani, oggi, siano immersi in un flusso continuo di voci. Sui social, sugli schermi, nelle notifiche, ricevono ogni giorno una quantità enorme di messaggi: rapidi, insistenti, spesso sovrapposti. Quasi nessuno, però, è guida verso il loro vero, identitario essere. Anzi. Proprio quella molteplicità di stimoli rende più complicato trovare accesso alla voce e alla storia in cui ri-conoscersi davvero.
In mezzo a immagini perfette, modelli già confezionati e vite esposte come vetrine luminose, diventa faticoso ascoltare il proprio centro originario: quel nucleo unico di sensibilità, immaginazione e desiderio che ogni ragazzo porta con sé fin dall’inizio. Eppure è proprio attraverso l’immaginazione e l’incontro con altre storie che un preadolescente o un adolescente può attingere ad affinità autentiche.
Attraverso quell’incontro i nostri studenti possono tornare ad abitare se stessi, confrontandosi con l’altro e il suo sentire, riscoprendo la propria singolarità e il proprio posto nel mondo. Un centro prezioso, autentico, pienamente personale: quella regione interiore da cui anche il pensiero ha origine e dove – come scriveva Marcel Proust – ci ritroviamo, nella scoperta della nostra essenza, in patria. Un centro interiore che l’eccesso di rumori ed eidola esterni rende difficile per i ragazzi ritrovare, ascoltare, sognare.
I giovani hanno dentro di sé quell’impronta vitale, quella matrice creativa e creatrice da nutrire, sviluppare e indirizzare. Quando questo spazio interiore viene ri-trovato, cresce insieme ad esso la capacità di apprendere, di relazionarsi e di dare forma alla propria identità. Quando invece rimane trascurato, persino l’apprendimento, progresso personale per eccellenza, rischia di costituirsi come un accumulo di informazioni simile a rami privi di radici.
È in questo spazio originario che l’arte, la letteratura e le storie trovano il loro ruolo più autentico: non di ornamento culturale, ma di nutrimento per la crescita e la libertà. Le storie allenano i sentimenti, educano lo sguardo, danno un nome alle emozioni, chiamano l’invisibile ed evocano l’imperscrutabile, sostenendo un mondo che appartiene già e sempre a chi le riceve.
Attraverso la sorpresa di un racconto, la gentilezza di un gesto, l’ironia di un colpo di scena, un’amicizia gratuita, una generosità disinteressata, una sofferenza silenziosa, una gioia inaspettata, tramite le infinite sfaccettature di un viaggio narrativo e la complessità di personaggi vivi, i nostri ragazzi possono ri-accorgersi dell’inestimabile storia della propria vita, delle irripetibili potenzialità e delle inesauribili direttrici del proprio esserci.
Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij scriveva che “la bellezza salverà il mondo”. Per il mondo dei ragazzi e per la crescita del sé, non è soltanto la bellezza a salvarlo: è finanche l’arte nella sua interezza. I pre e gli adolescenti sono bombardati di messaggi in un momento in cui compiono il passaggio delicato dall’essere bambini a ragazzi; il cambiamento in cui devono trovare il quid identitario. E in questa transizione sensibile, in questo turbinio di mutamenti, la domanda è: “Dove sto andando, e perché?”. In un tempo attraversato da infinite sollecitazioni, la narrazione scritta, ascoltata o contemplata diventano perciò uno spazio fiorente, una nuova dimensione d’ascolto in grado di ricondurci a casa, svelarci la nostra vera impronta e riportarci al nostro ritmo individuale, incomparabile e inconfondibile.
L’educazione si fa allora fondamento di un parabola in cui scuola, studio, socialità, inclinazioni si trasformano in momenti diversi di un’unica traiettoria. Un percorso lungo il quale i giovani d’oggi e gli adulti di domani giungono in un posto altrimenti sfuggito e percepiscono ciò che li circonda con occhi nuovi: sulle ali delle narrazioni, da quella prospettiva, possono risuonare e prendere forma.
L’arte salverà il mondo. Perché ogni volta che un bambino cresce, il mondo cresce con lui.
E ogni giovanissimo può così plasmare il mondo con quel proposito che lo anima e quel contributo che solo lui può portare, rendendosi nel farlo pienamente se stesso.
Ecco: forse educare, oggi, significa prima di tutto questo. Custodire e nutrire quello spazio invisibile in cui ciascuno si riscopre e trova la propria risposta. Perché è lì, in quel luogo silenzioso e creativo, che ogni storia personale comincia davvero a prendere forma — e con essa, ogni volta, anche il mondo rinasce.
*insegnante e scrittore
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