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Quell’area rossa contro i fermi preventivi

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Lo ammetto: l’articolo di Concita De Gregorio sugli scontri di Torino mi era sfuggito. Un collega ha provveduto a segnalarmelo e così sono andato a sfogliarmi Repubblica. È stata una lettura istruttiva, perché in poche righe l’ex direttrice dell’Unità ha condensato tutto il luogo comunismo dei cosiddetti radical chic, riuscendo perfino a riesumare la strategia della tensione e ad accostare la guerriglia sotto la Mole ai fatti di Minneapolis.

Un delirio di banalità, ma soprattutto un chiaro rovesciamento dei ruoli, dove la responsabilità di quanto è accaduto al corteo di protesta per lo sgombero di un centro sociale viene ribaltata. La colpa non è più di chi scatena le violenze, ma di chi non riesce a evitarle. «A chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito? Alla causa dei manifestanti o al governo della destra?». La domanda ovviamente è retorica perché la maestrina dalla penna rossa ha già la risposta. «Senza scomodare la Storia grande né fare paragoni, per carità, fra gli anni del terrorismo, dei servizi deviati, dei rapimenti e delle stragi. Diversissimo tutto, certo. Ma il principio della strategia della tensione era il medesimo: alzare il livello dello scontro ad arte per giustificare la repressione. Dagli anni Settanta non abbiamo imparato niente o, al contrario, abbiamo imparato benissimo?».

La tesi è semplice: chi siano i violenti che hanno aggredito l’agente lo Stato lo sa. Lo sa la Digos, lo sanno i servizi, lo sa la Questura. Lo sanno, addirittura, da prima dell’aggressione (boom!). Per Concita, i nostri agenti hanno archivi colossali di manifestanti schedati nel corso dei decenni e dunque sono in grado di riconoscerli da un tatuaggio sul polso e da uno zigomo. «I violenti, le forze dello Stato li conoscono bene: li aspettano, se li aspettano». Perché non li fermano? chiede la De Gregorio. Anche qui la domanda è retorica, perché la pasionaria di Repubblica la risposta ce l’ha pronta in tasca: perché il governo della destra ha il suo tornaconto. Conclusione: la democrazia è fragile, occhio che arrivano i fascisti.

Peccato che, nel delirio complottardo, mentre intravede la longa manus della repressione, la penna del gruppo Gedi non si chieda perché le forze dell’ordine non possano fermare prima i violenti. Se, invece di evocare presunte strategie della tensione e fare strampalati accostamenti a Minneapolis, avesse letto gli articoli dedicati al decreto che il governo ha faticosamente cercato di varare, avrebbe trovato la risposta alla sua domanda.

Oggi i fermi preventivi non sono possibili. E per questo l’esecutivo vuole introdurre un provvedimento temporaneo di 12 ore: per fermare chi abitualmente partecipa a cortei per scatenare violenze contro le forze dell’ordine. Nonostante una misura simile esista in molti altri Paesi, come la Danimarca e la Svezia, qui da noi Concita e compagni parlano di svolta autoritaria e accusano Palazzo Chigi di voler dare carta bianca alla polizia. Non voglio fare paragoni storici, ma negli anni Settanta arrivammo ad avere manifestanti che scendevano in piazza armati. Si era partiti con scontri in cui dei giovani con il passamontagna lanciavano sanpietrini e pali segnaletici contro le forze dell’ordine e si finì con la foto simbolo di quella stagione: un giovane con la P38 che sparava all’agente Antonio Custra.

In quegli anni l’esecutivo varò la legge Reale, che impediva di scendere in piazza travisati, consentiva i fermi di polizia e puniva chi ai cortei veniva trovato in possesso di martelli e chiavi inglesi. Anche allora la sinistra parlò di svolta autoritaria. Anche allora si chiedeva a chi convenissero le violenze, denunciando oscuri complotti. Poi, con ritardo, si capì che dietro coloro che scendevano in strada armati di P38 c’erano solo i cattivi maestri, l’upper class che, secondo il procuratore generale di Torino, Lucia Musti, guarda con benevolenza i manifestanti violenti. Gli investigatori la chiamano l’area grigia, ma in realtà è un’area rossa, composta da chi fa finta di non vedere e di non capire. Luciano Violante, uno che di terrorismo e comunismo ne capisce, ha detto che chi partecipa a certi cortei o non è intelligente o è complice. La terza via che piace ai radical chic non esiste.