Auto, Canavese in bilico: cassa record e futuro appeso alla filiera torinese
Ivrea
La manifestazione di Torino organizzata dai sindacati per domani, sabato 14, sarà per il Canavese che fa i pezzi per l’auto molto più di una piazza di testimonianza. Il settore della componentistica locale ci arriva con imprese sempre più in affanno e ammortizzatori quasi a fine corsa: la peggior crisi di sempre ora cristallizzata dall’Osservatorio Uil sulle richieste di cassa integrazione.
I dati dell’Osservatorio
Nel 2025 in Piemonte sono state autorizzate oltre 60 milioni di ore di cassa integrazione; Torino da sola ne concentra 39 milioni, confermandosi la provincia più cassaintegrata d’Italia. In questo contesto pesa la filiera auto torinese - il principale polo industriale regionale -, in cui rientra per vocazione il Canavese. Che nel solo distretto dell’acciaio per l’automotive tra Busano, Rivara, Forno conta una quarantina di aziende e circa 2.500 addetti, cuore di una filiera più ampia che, includendo metalmeccanica e subfornitura, arriva a coinvolgere diverse migliaia di lavoratori. «È la conferma di una crisi che in Canavese dura da anni, ma con realtà diverse a seconda delle dimensioni e della collocazione delle imprese», dice Paola Eusebietti, della segreteria regionale Fim Cisl. «La maggiore azienda canavesana oggi è la ex Dayco, ora Muviq, legata strettamente all’automotive ma in controtendenza rispetto alle produzioni ex Fiat della provincia di Torino». Nel 2025 Muviq ha «retto il colpo evitando la cassa grazie a permessi collettivi e chiusure concordate con le Rsu». Il quadro cambia «nell’Alto Canavese e tra le aziende più piccole dentro il circuito Stellantis, dove l’incremento della Cig si è fatto sentire di più» e si è arrivati a «utilizzare massicciamente i contratti di solidarietà per allungare i tempi degli ammortizzatori». Qui, in sintesi, «non stiamo parlando di ripresa del lavoro, ma di sopravvivenza attraverso il welfare statale», con imprese che «riducono gli organici “in silenzio”: non rinnovando contratti a termine, non sostituendo i pensionamenti e tagliando così occupazione senza aprire licenziamenti collettivi».
Il mix: Mirafiori e Germania
Per Edi Lazzi, segretario Fiom-Cgil Torino, il contributo del territorio al raggelante primato torinese è difficile da misurare con precisione, e però tutt’altro che marginale. «Qui – ragiona – la cassa colpisce diverse aziende dell’indotto auto, perché molte lavorano per l’industria tedesca e hanno subito in pieno il rallentamento della Germania». E poi c’è Stellantis: «Ricordo la convention con oltre cento imprese a cui il gruppo ha illustrato le opportunità di business in Algeria». Una scelta «totalmente sbagliata perché rischia di spostare produzioni e valore aggiunto fuori dall’Italia». Da qui la richiesta che Torino rimetta al centro Mirafiori con una missione precisa e più modelli in produzione, e che la componentistica di quei modelli sia «affidata alle aziende del territorio, Canavese compreso, per ricostruire una filiera virtuosa capace di ridurre il ricorso strutturale alla Cig, che prima o poi finirà». La manifestazione “Innamòrati di Torino” di domani, convocata da Fim, Fiom e Uilm, nasce proprio per chiedere un piano industriale e nuovi modelli a Stellantis e per richiamare Torino e la sua provincia a difendere il proprio ruolo manifatturiero. Il corteo partirà da piazza Arbarello in una data simbolica, San Valentino, per riaccendere l’attaccamento del territorio alla sua identità industriale.
Uno dei risultati già ottenuti è l’impegno del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio a istituire un tavolo permanente di monitoraggio sull’automotive, con sindacati, imprese e istituzioni. Lazzi lo definisce un primo passo, ma chiarisce che «bisognerà usarlo per fare pressioni su Stellantis», chiedendo a Mirafiori «l’assegnazione della componentistica alle aziende torinesi e canavesane».
Un primato da ribaltare con la Regione
Anche il segretario generale Fim Cisl Torino e Canavese Rocco Cutrì insiste perché la Regione utilizzi le proprie leve, a partire dall’energia: «Cirio è stato sollecitato ad agire sulla gestione delle centrali idroelettriche per costruire incentivi che aiutino le imprese a reggere il costo energetico, oggi uno dei vulnus principali della competitività industriale». Parallelamente i sindacati chiedono che all’osservatorio venga riconosciuta una funzione anche predittiva, capace cioè di «anticipare le crisi e orientare investimenti e politiche prima che le aziende finiscano gli ammortizzatori e aprano licenziamenti». L’obiettivo dichiarato, conclude Curtrì, è che Torino e Torinese smettano di essere «solo la capitale dell’auto in crisi e diventino la capitale della mobilità, intrecciando automotive tradizionale, nuovi segmenti come i quadricicli elettrici e comparti come l’aerospazio, verso cui oggi però la riconversione delle aziende resta difficile per costi e requisiti tecnici».
Elettrico, arriva la Cina
Il segretario generale Uilm Canavese, Alberto Mancino, pone l’accento sull’estrema incertezza del periodo: «Crescono le richieste di cassa integrazione, spesso preventiva più che effettiva: per i lavoratori significa difficoltà economiche e una situazione che “non la si vive benissimo”, ma non la vivono benissimo neanche i datori di lavoro perché il problema principale è non avere assolutamente visibilità»: gli ordini che una volta arrivavano su periodi medio-lunghi ora sono a brevissimo termine. La manifestazione di sabato ha, lo rimarca, l’obiettivo di ottenere delle garanzie sugli investimenti e costruire «un tavolo permanente che si occupi di Torino, cintura e città metropolitana come una sorta di monitor di politica industriale». Quanto alla transizione all’elettrico, Mancino è critico: «In Europa si è deciso il passaggio non tenendo in considerazione» che la componentistica di un motore elettrico è circa «il 30% della componentistica del motore endotermico». Non solo. Senza una pianificazione di lungo periodo, senza formare i lavoratori, senza mettere a disposizione investimenti, il rischio è di avere «sulla carta una cosa splendida, ma che di questa cosa splendida approfitti chi è già avanti con tecnologia, formazione e investimenti». Cioè i cinesi, che con marchi come Byd «stanno invadendo il mercato europeo».
