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Perché Casapound non viene sgomberata? Per vent’anni lo Stato si è voltato dall’altra parte

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di Raffaele Galardi*

Da oltre vent’anni la sede di CasaPound in via Napoleone III, a Roma, resta al suo posto, è un’occupazione abusiva nota, documentata, mai sanata da nessuno! Nessun governo, di qualsiasi colore, ha mai deciso lo sgombero, non per distrazione, ma per scelta ponderata e consapevole. Il primo motivo è giuridico, ma solo in apparenza, lo stabile è pubblico, l’occupazione illegale dal 2003, la legge consentirebbe l’intervento, ma la politica ha preferito rifugiarsi in un limbo amministrativo fatto di rinvii, competenze incrociate, imbarazzanti silenzi. Anche nelle ultime settimane, a fronte di interrogazioni e richieste in Parlamento sull’urgenza di sgomberare l’immobile abusivamente occupato dall’associazione neofascista, non è seguita alcuna azione concreta da parte dell’esecutivo.

L’eccezione è diventata consuetudine e la consuetudine, in Italia, spesso sostituisce la decisione, c’è poi la non trascurabile questione del precedente, sgomberare CasaPound avrebbe significato affermare un principio semplice ovvero che l’illegalità non è tollerata, nemmeno quando è organizzata, visibile, politicamente connotata, un principio che se fosse stato applicato, avrebbe aperto un fronte vasto su occupazioni e irregolarità diffuse.

Nessun esecutivo fino ad ora ha voluto caricarsi quel costo. Il nodo è stato soprattutto politico, per una parte della destra, CasaPound è stata a lungo un corpo estraneo ma utile, marginale, rumoroso, capace di intercettare una rabbia che altrove sarebbe stata più difficile da governare, per una parte della sinistra, la sua presenza fissa ha funzionato come avversario simbolico permanente, comodo da evocare e mai davvero da affrontare. L’indignazione rituale ha sempre sostituito l’azione.

Ogni tentativo di sgombero è stato inoltre frenato dall’argomento dell’ordine pubblico. Il rischio di scontri, la possibilità di trasformare l’intervento in un evento mediatico, la vittimizzazione dell’estrema destra, tutti elementi reali, ma usati come alibi, questo alibi ora non deve essere più concesso. Lo Stato fino a poco fa ha sempre accettato l’idea di non far rispettare la legge per evitare reazioni di chi la viola. Un ribaltamento che dice molto sulla debolezza dell’autorità pubblica. Anche di recente, dopo anni di annunci ministeriali sugli immobili da sgomberare, via Napoleone III continua a rimanere fuori dalle operazioni concrete, nonostante le pressioni trasversali in Parlamento.

Nel frattempo, l’estrema destra è stata progressivamente normalizzata, non nel senso di essere accettata formalmente, è stata trattata come una presenza urbana tollerabile, quasi folkloristica. CasaPound è rimasta lì anche perché il confine politico e simbolico non è mai stato tracciato fino in fondo. Ma la cronaca giudiziaria recente ha portato un elemento nuovo sul terreno istituzionale, il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, disponendo pene fino a due anni e sei mesi di reclusione e la privazione dei diritti politici per cinque anni.

La sentenza, legata all’aggressione del settembre 2018 ai danni di manifestanti antifascisti a Bari, è la prima in Italia che applica concretamente la legge Scelba (che vieta la riorganizzazione del partito fascista) a militanti di CasaPound, e ha sollevato un acceso dibattito politico, in Parlamento alcuni deputati di centrosinistra hanno chiesto lo scioglimento dell’organizzazione e lo sgombero immediato della sede di Roma, sostenendo che la sentenza sancisce formalmente la natura illegale e antidemocratica del movimento.

Sgomberarla avrebbe significato dire che una certa storia, un certo linguaggio, una certa pratica non sono compatibili con lo spazio pubblico, quel messaggio non era mai stato inviato fino a poco fa! La sede di via Napoleone III non è quindi un’anomalia inspiegabile, è il prodotto coerente di vent’anni di non-decisioni, non il segno di uno Stato impotente, ma di uno Stato che ha scelto di guardare altrove. Quando la legge diventa opzionale, non è mai per caso.

Ora con lo sgombero di Leoncavallo prima e Askatasuna dopo, dopo i disordini di Torino, non esistono più alibi, non devono esserci più né freni né remore, CasaPound va sgomberata! Perché altrimenti Leoncavallo e Askatasuna non sono più da inquadrare come provvedimenti di applicazione della norma, della legge ma come atto punitivo nei confronti dello schieramento opposto, lo Stato amministra, gestisce ma non punisce.

*ristoratore

L'articolo Perché Casapound non viene sgomberata? Per vent’anni lo Stato si è voltato dall’altra parte proviene da Il Fatto Quotidiano.