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Monica Castro e il discorso della vergogna contro i palestinesi storpi e senza casa

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In un paese democratico, un’amministratrice pubblica che vantasse disinteresse verso le persone che soffrono, peraltro inorgogliendosi di preferire la gioia alla tristezza, sarebbe accompagnata alla porta. 

In Italia, invece, il raccapricciante discorso tenuto nel consiglio comunale di Calenzano dalla consigliera di Fratelli d’Italia Monica Castro non ha suscitato alcuno sdegno da parte di Giorgia Meloni, né della dirigenza nazionale del partito. 

La consigliera, in una seduta di fine gennaio, ha deplorato la proposta di gemellaggio fra Calenzano e Jenin, una città palestinese, trovando irragionevole intrattenere rapporti con persone “ridotte male”, “storpie” e “senza casa”. Meglio scegliere una città austriaca, dove i cittadini siano “ricchi”.  Di fronte alle proteste dell’opposizione, ha perfino concluso il suo intervento ironizzando sulla terribile vessazione cui si è sentita sottoposta dovendo parlare di Palestina a fine giornata (la seduta si è tenuta intorno alle venti). Il tutto in una lingua a metà fra il dialetto fiorentino e un idioma pressoché sconosciuto, non sempre intelligibile. 

Al di là della condanna morale che queste parole dovrebbero suscitare financo in un Donzelli qualsiasi, converrebbe in primo luogo spiegare alla consigliera che il ruolo delle istituzioni non è quello di sollazzarne o arricchirne gli amministratori. In effetti, non coincide necessariamente neppure con l’incremento del profitto tout-court: soprattutto iniziative come i gemellaggi, infatti, possono essere motivate da ragioni ideali, da principi valoriali, da esigenze d’immagine ma anche pedagogiche. Nel caso specifico, si sarebbe trattato esattamente di questo: mostrare solidarietà a una città palestinese vittima del genocidio israeliano. 

E invece no. A Castro questo non è parso un motivo sufficiente per approvare il gemellaggio. Né ha provato un minimo imbarazzo a manifestarne le granitiche ragioni, per lo più afferenti al raffinato orizzonte concettuale secondo cui la salute è meglio della malattia, la ricchezza è meglio della povertà, e – aggiungiamo – la pace è preferibile alla guerra. 

Ciò che davvero sconvolge in questa vicenda è innanzitutto lo spessore intellettuale, culturale, spirituale e probabilmente anche umano della consigliera e in secondo luogo l’indifferenza di Fratelli d’Italia. È paradossale che la presidente del consiglio trovi il tempo di occuparsi del palinsesto del festival di Sanremo, stigmatizzando la rinuncia ad esibirsi del sedicente comico Andrea Pucci per via della censura immaginaria di una sinistra anch’essa immaginaria, mentre non ne trovi per biasimare le parole di Castro. 

O che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, secondo il quale chi partecipa pacificamente a una manifestazione è colluso con quei pochi che commettono violenze, non senta il bisogno di prendere le distanze da affermazioni tanto vergognose pronunciate da una consigliera comunale del suo partito. 

D’altronde, per un partito che si tiene stretti ministri imputati (Santanché), sottosegretari che commemorano la marcia su Roma (Frassinetti), deputati che per divertimento si travestono da nazisti (Bignami), che sarà mai un discorso eticamente riprovevole per di più contro esseri umani considerati di serie B? In fondo, sono due anni e mezzo che il governo italiano non fa mistero del vincolo d’acciaio che lo tiene legato a Israele, nonostante il genocidio palestinese. 

A rimanere incomprensibile in tutta questa storia è come sia stato possibile che qualcuno alle elezioni comunali di Calenzano abbia votato per Monica Castro.

L'articolo Monica Castro e il discorso della vergogna contro i palestinesi storpi e senza casa proviene da Globalist.it.