ru24.pro
World News in Italian
Февраль
2026
1 2 3 4 5 6 7 8 9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28

Vonn e Brignone, a Cortina coraggio olimpico o qualche rischio di troppo?

0

«Secondo me sta un po’ esagerando perché superare certi limiti è pericoloso per la salute». Paolo De Chiesa, ex azzurro di sci, intervistato da Mimmo Cugini lo scorso 6 febbraio, non aveva usato mezzi termini parlando di Lindsey Vonn e Federica Brignone (la quale il 3 aprile 2025 si era infortunata gravemente fratturandosi tibia, perone e crociato anteriore della gamba sinistra, e ha recuperato in tempo record per Milano-Cortina). Riferendosi in particolare alla campionessa americana, De Chiesa aveva aggiunto, profetico in modo quasi inquietante: «Forse avrebbe dovuto gestirsi meglio, scendere a Crans-Montana era pericoloso e visto che la gara era a pochi giorni dall’Olimpiade poteva anche fare a meno di disputare quella gara». Parole pronunciate prima che la discesa libera di Cortina dell’8 febbraio si trasformasse in tragedia. Dodici secondi di gara, poi il volo, le urla, l’elicottero, la frattura scomposta alla gamba sinistra.

La sottile linea di confine tra eroismo e incoscienza

La regina delle Dolomiti urla di dolore mentre il verricello la solleva, la stessa pista dove aveva trionfato dodici volte si è trasformata nel teatro del suo ennesimo martirio fisico. Ma è davvero eroismo, o piuttosto un azzardo che rasenta l’irresponsabilità?

Perché qui non si tratta di uno sport di squadra, dove la pressione dell’allenatore o del gruppo può condizionare scelte rischiose. Nello sci alpino la decisione è solitaria, personale, insindacabile. Lindsey Vonn ha voluto sciare con un legamento crociato rotto, con un tutore al ginocchio, dopo appena dieci giorni dalla caduta di Crans-Montana. A 41 anni, con una protesi in titanio al ginocchio destro e quello sinistro già devastato da rotture e ricostruzioni multiple. E invece, ha voluto credersi immortale, sfidare le leggi di un corpo che da tempo urlava basta. Gli antichi Greci la chiamavano hybris, orgogliosa tracotanza. E purtroppo, è arrivata anche la «punizione divina».

Il culto dell’invincibilità e i suoi prezzi

Il mito della Wonder Woman delle nevi si è nutrito di video cruenti, di operazioni mostrate sui social, di esercizi massacranti condivisi per dimostrare che solo lei poteva oltrepassare i confini del possibile. Un’epopea mediatica che ha trasformato la fragilità in spettacolo e il dolore in narrazione eroica. Ma quando alcune colleghe (Goggia e Brignone tra le altre) esprimono dubbi vedendola sciare, quando persino l’ex campionessa Tina Maze parla di «follia», forse bisognerebbe fermarsi a riflettere.

Lo sci non è calcio, non è basket. Qui non c’è un allenatore che ti manda in campo, non c’è una società che pretende il sacrificio. La scelta di scendere è tua, solo tua. E allora viene da chiedersi: quando il coraggio diventa pazzia? Quando la determinazione si trasforma in negazione della realtà? A Cortina, la compressione sulle gambe è stata terribile, la frattura scomposta ha reso necessario il trasferimento d’urgenza all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso.

Forse, in uno sport individuale dove ogni scelta ricade interamente sull’atleta, bisognerebbe interrogarsi sui limiti che separano il coraggio dalla temerarietà. Perché se è vero che nessuno può impedire a un campione di inseguire i propri sogni (e giustamente), è altrettanto vero che certi sogni si pagano con il corpo. E, purtroppo, si pagano molto cari.