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Da de Maistre ai soreliani: le contaminazioni possibili tra conservatorismo dinamico e spirito rivoluzionario

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Per una felice coincidenza il recente libro Joseph de Maistre. Un conservatore contro le ideologie di Riccardo Pedrizzi è uscito quasi contemporaneamente alla ristampa, la prima edizione risale al 1933, di Le due rivoluzioni: fascismo e Rivoluzione francese di Carlo Talarico, con una mia premessa finalizzata a porre in risalto le ascendenze, tutt’altro che scontate, tra la Rivoluzione delle camicie nere e quella borghese dell’89.

Il pensiero di de Maistre, efficacemente fissato da Pedrizzi, è ben noto: lo stretto rapporto tra legge umana e legge divina; il concetto di autorità quale principio legato ad una concezione di ordine e giustizia superiore; la religiosità da porre alla base dei processi costituzionali; la Tradizione fondamento dell’identità culturale e sociale dei popoli.

Sul fronte opposto Talarico, che, in continuità con l’esperienza del Sindacalismo rivoluzionario ed il fiumanesimo, è stato tra i protagonisti della “Sinistra fascista” (della quale hanno fatto parte – tra gli altri – Giuseppe Bottai, Bruno Spampanato, Oddone Fantini, Edoardo Malusardi, Tullio Cianetti) in ragione del fatto – parole dello stesso Talarico – che nella Carta dannunziana «per la prima volta si affermano costituzionalmente e con classica genialità i diritti e il valore del cittadino produttore».

Due autori, de Maistre e Talarico, che qualche malevolo osservatore potrebbe individuare come il segno delle contraddizioni di una cultura (di destra ?), la quale una peraltro non è e non è mai stata, alimentata da un dinamismo intellettuale, in grado di abbracciare due secoli di storia europea, continuando a porre (o meglio a porre nuovamente), anche alla luce delle recenti riscoperte editoriali, il senso di un’appartenenza culturale e di radici date banalmente per scontate. Il discorso vale per de Maistre e per Talarico, nella misura in cui in un’epoca di crisi e d’incertezze, come l’attuale, segnate dall’avanzante “schiavitù dell’algoritmo” e dall’”Intelligenza Artificiale”, l’invito di fondo è a riflettere sulle fondamenta della nostra vita sociale, ponendo interrogativi rispetto al presente e soprattutto al futuro.

Nessun nostalgismo legittimista da parte nostra perciò. Nessuna volontà “restauratrice”. Nessun reazionarismo. Quanto piuttosto la consapevolezza che la critica alla modernità, l’enfasi sull’autorità, il valore della tradizione e la dimensione spirituale del vivere umano sono temi che continuano a sollecitare un dibattito profondo e necessario, a cui anche le “considerazioni” di un de Maistre possono provocatoriamente essere utili, magari sollecitando inusuali “connessioni”, verso il pensiero nazional-rivoluzionario, ma anche, non sembri un’eresia, verso sinistra.

Dichiarava, nel 1985, in occasione dell’edizione italiana (Editori Riuniti, non proprio un editore “reazionario”) delle Considerazioni sulla Francia di de Maistre, Massimo Boffa, all’epoca redattore della rivista del Pci Rinascita e curatore del libro: «L’attualità di uno scrittore raramente depone a suo favore: in un’opera, l’attualità è l’elemento che si esaurisce più rapidamente. Si leggerà, piuttosto, questo inattuale perché fu inarrivabile nell’arte della provocazione intellettuale e del paradosso, arte preziosa che finisce sempre per irritare l’indole conservatrice che sonnecchia nel pensiero di ciascuno di noi».

Stesso discorso vale per la critica nazional-rivoluzionaria alla Rivoluzione francese. Anche qui a creare significative connessioni il rifiuto di ogni formalismo borghese e la necessità di affrontare (e risolvere) il problema dell’immissione delle masse nella Nazione, problema lasciato irrisolto, in Italia, dal processo di unificazione nazionale, nella misura in cui – parole di Talarico – la Rivoluzione dell’89 «nel contrasto tra l’individuo e la società non seppe stabilire, come è stato osservato, il necessario rapporto di connessione e lasciò affermare invece l’individualità del singolo nei diritti di libertà e di uguaglianza a detrimento della associazione e della collaborazione che sono pure indispensabili in qualsiasi sistema di vita».

Al fondo delle analisi di de Maistre e di Talarico la necessità di rispondere al vuoto culturale e sociale creato dal radicalismo illuminista, che con il pretesto di impedire il ritorno delle corporazioni (la cui morte fu decretata con la Legge Le Chapelier del 17 giugno 1791) – come aveva notato, nel 1924, Angelo Oliviero Olivetti (Il Sindacalismo come filosofia e come politica) – volle «stroncare la riscossa politica delle masse operaie» perché «il capitalismo, appena conquistato il potere politico, pretese avere innanzi a sé il lavoratore isolato, sapendo che equivaleva ad averlo inerme ed impotente».

Al centro la questione di fondo posta da de Maistre: non tanto di sapere se il popolo francese può essere libero, mediante la costituzione che gli è stata data, ma se può essere sovrano. E per essere tale il richiamo è ad una concretezza che è sfuggita ai teorici del pensiero borghese: «Una mera astrazione, un’opera scolastica», come nota de Maistre. La vera necessità? «Dati la popolazione, i costumi, la religione, la situazione geografica, le relazioni politiche, le ricchezze, le buone e le cattive qualità di una certa nazione, trovar le leggi che le convengano».

Di fronte a questa lucidità analitica il “conservatorismo” di un de Maistre si connota per un dinamismo con cui, ancora oggi, può essere proficuo confrontarsi, dimostrandosi all’altezza della sua opera. Ugualmente lo spirito rivoluzionario di un Talarico e della brillante pattuglia della “sinistra fascista” offre stimoli significativi per una lettura non ideologica (e quindi non astratta, per dirla con il de Maistre di Pedrizzi) degli attuali contesti socio-culturali. Nessun sincretismo, sia chiaro. Ma la consapevolezza – usiamo le parole di Pedrizzi, dall’introduzione di Joseph de Maistre – Un conservatore contro le ideologie – che «l’uomo realizza se stesso, attua la sua libertà proprio vivendo nei corpi sociali che più gli sono naturali: la famiglia, la nazione e così via».

Una «concretezza» che l’ordinamento «a base professionale» manifesta – come scrive Talarico in Le due rivoluzioni: fascismo e Rivoluzione francese – «sostituendo all’individuo l’aggregato, la cui formazione è una necessità indispensabile per poter tutelare gli interessi della categoria», con alla base il legame economico, che però non si esaurisce nell’interesse materiale comune, favorendo la crescita, attraverso la solidarietà professionale, di una comunanza di bisogni, in grado di determinare rapporti di solidarietà morale tra i membri della categoria.

Oltre l’utopismo di marca illuminista c’è insomma spazio per una “ricucitura” organica di culture in apparenza lontane tra loro, avendo il coraggio di andare alle radici (ai classici) di appartenenze culturali complesse, capaci di interrogarsi sulle grandi questioni epocali che, da qualche secolo a questa parte, continuano ad incalzarci, tra controrivoluzione e rivoluzione. Magari trovando, attraverso inusuali “contaminazioni”, nuove sintesi e adeguate risposte alla crisi della contemporaneità.

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