Vietare i social ai minorenni, l’avvocato e docente Iaselli: “Le leggi ci sono già, ma non vengono applicate”
Le regole per i limiti ai minorenni sui social esistono già, a partire dalla privacy, ma nessuno le applica davvero: a spiegarlo è Michele Iaselli, coordinatore Coordinatore del Comitato Scientifico di Federprivacy, avvocato, docente di logica ed informatica giuridica all’Università degli Studi di Napoli.
Iaselli, si discute sempre più spesso di soglie di divieto dei social network per i minorenni. È davvero necessaria una nuova legge?
A mio avviso no. Il quadro normativo già esistente è ampiamente sufficiente. Il vero problema non è la mancanza di regole, ma la loro mancata applicazione. Introdurre nuovi divieti generalizzati per fasce d’età rischia di essere inefficace se non è accompagnato da un enforcement delle norme vigenti e di tradursi in un ulteriore “semaforo rosso” ignorato.
Quali sono oggi le regole già in vigore?
A livello europeo, l’articolo 8 del GDPR stabilisce che, nell’offerta di servizi della società dell’informazione, il trattamento dei dati personali dei minori è lecito solo a partire dai 16 anni, lasciando agli Stati membri la possibilità di abbassare la soglia fino a 13. L’Italia ha esercitato questa facoltà con il decreto legislativo n. 101 del 2018, fissando a 14 anni l’età per l’espressione autonoma del consenso digitale. Sotto tale soglia, il trattamento dei dati è lecito solo con il consenso dei genitori. Il legislatore ha ritenuto di attribuire al minore che abbia compiuto 14 anni una capacità digitale autonoma, coerente con altri ambiti dell’ordinamento in cui gli viene riconosciuto un ruolo attivo nelle decisioni che lo riguardano.
Perché l’uso dei social è inscindibile dal trattamento dei dati personali?
Autorizzare l’accesso a una piattaforma significa, di fatto, autorizzare il trattamento dei dati dell’utente.
Cosa non funziona, allora, nell’attuale sistema?
L’applicazione delle regole. Il GDPR prevede un apparato sanzionatorio molto incisivo e la giurisprudenza europea è già intervenuta in modo chiaro, ad esempio escludendo che si possa utilizzare la base giuridica contrattuale per giustificare trattamenti come la pubblicità comportamentale o la personalizzazione dei servizi, soprattutto quando coinvolgono minori. Cosa che, ad esempio, le piattaforme Meta facevano. Gli strumenti ci sono, ma non vengono utilizzati con la necessaria determinazione.
È tecnicamente possibile impedire l’accesso ai social ai minori?
Gli strumenti tecnologici esistono, ma pongono problemi seri. Sistemi di age verification troppo deboli sono facilmente aggirabili, mentre soluzioni più invasive rischiano di comportare una raccolta massiva e sproporzionata di dati, peraltro di soggetti minorenni. Le piattaforme tendono a evitare questo tipo di responsabilità perché qualsiasi ostacolo all’accesso contrasta con le loro logiche economiche. Tuttavia, senza affrontare in modo serio il nodo dell’accertamento dell’età, qualsiasi divieto rischia di restare puramente simbolico.
Qual è la strada più efficace per tutelare davvero i minori online?
Far rispettare le norme che già esistono. Prima di pensare a nuove leggi, bisognerebbe applicare quelle in vigore, utilizzare gli strumenti sanzionatori disponibili e pretendere dalle piattaforme un rispetto effettivo delle regole.
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