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ER, quando il medical drama era cinema: il ritorno su Netflix della serie che ha insegnato tutto alle altre

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Per chi Grey’s Anatomy, Doc e The Pitt è solo roba per educande, ricordatevi sempre che per il medical drama in principio era il verbo. E il verbo era ER – Medici in prima linea. L’acronimo dei più felici, mutuato da due parole inglesi (“emergency room”), divenuto celebre nei primi anni Novanta sulla tv pubblica italiana (Rai 2), tornerà a mostrarsi dal 10 febbraio prossimo in tutto lo splendore dei suoi 331 episodi, distribuiti su 15 stagioni, direttamente su Netflix.

Prima che orde di implumi giovinetti consumassero diottrie sulle piroette di Stranger Things, il binge-watching era già nato per ER. La serie ideata, scritta (e spesso diretta) da Michael Crichton, supportata produttivamente e creativamente da John Wells (pure lui spesso dietro la macchina da presa), andò in onda sulla NBC dal 1994 al 2009 e in Italia a partire dal gennaio 1996. Tra i produttori esecutivi anche Steven Spielberg.

Tra chi è nato negli anni Settanta c’è ancora il ricordo di tante uscite bucate di giovedì sera proprio perché c’era da seguire ER. Ancora non c’erano Twitter e WhatsApp, i messaggini sul cellulare a suon di duecento lire dovevano ancora arrivare, ma il tam tam per eleggere George Clooney (il dottor Doug Ross), Anthony Edwards (il dottor Mark Green, detto anche da Ross “Ciccio”), Noah Wyle (il dottor John Carter) e Julianna Margulies (la capo infermiera Carol Hathaway) divi immortali, letteralmente mezzo metro talvolta più glamour dei divi hollywoodiani plasticosi dei Novanta, è rotolato lo stesso.

Quando si parla della serie del cuore è difficile trovare un ordine descrittivo logico e ponderato. Intanto la regia. Perché con ER avviene qualcosa di molto elaborato stilisticamente, qualcosa di molto vicino a tanta ottima tecnica cinematografica. In pratica l’idea di ambientare una serie dentro a un pronto soccorso (quello del County General Hospital di Chicago) richiede proprio, al momento dell’ideazione, una priorità: con la macchina da presa bisogna correre, accelerare e decelerare continuamente, tra le corsie ospedaliere come se, nonostante barelle, lettighe e flebo, non ci fossero barriere fisiche. In tanti citano l’episodio girato da Quentin Tarantino (il ventiquattresimo della prima stagione), ma i veri veterani, quelli dei piani sequenza, dell’inquadratura corale, di una dinamicità estrema alternata all’intensità di primi piani, si chiamano Christopher Chulack (46 episodi, vero sodale di Wells), Jonathan Kaplan (quello di Sotto accusa, ne ha girati 40) e Richard Thorpe (31).

L’impianto drammaturgico di ER è una torsione raffinata, puntuale, mimetica tra sfera privata e performance pubblica. I medici, si sa, con la loro vanità, l’ego, l’esaltazione, il tentennamento, la debolezza, la sconfitta. Negli script della serie non solo si esplorano con sfumata attenzione i temi sociali (l’AIDS, le storture del sistema sanitario, la cultura afroamericana), ma si cesellano personaggi, psicologie e caratteri con un coinvolgente elogio delle differenze e dello scontro: dettagli fisici (la cattivissima Kerry Weaver, zoppa con stampella) e particolari del destino (il tumore che toglie di torno lentamente, per mezza stagione, il dottor Green, facendoci piangere sulle note di Over the Rainbow come nessuno mai; la pala dell’elicottero che tronca a metà un braccio del perfido dottor Romano), ma soprattutto gli amori: Ross e la Hathaway, i sospiri di Green per la dottoressa Lewis, quelli di Carter per la Del Amico.

ER è il manuale della serie perfetta. L’abc della suspense ponte tra un episodio e l’altro o addirittura tra un anno e l’altro. L’apoteosi televisiva che guarda alla lezione del cinema. Ancora un paio di ricordi, di pregi e pure un difetto. Intanto per alcuni attori il loro personaggio è stato talmente iconico che non sono riusciti più a uscirne a vita. Citiamo l’immusonito dottor Benton, con Eriq LaSalle che gli rimane attaccato in eterno, o Maria Bello, splendida in A History of Violence di Cronenberg ma rimasta cucita addosso al camice della dottoressa Del Amico.

Poi il tema di James Newton Howard, tutto un saltellio adrenalinico trascinante tra pianoforte e sintetizzatori che arriva dopo l’intro (cari giganti delle serie odierne, non avete inventato nulla); i benedetti doppiatori italiani in uno dei lavori più spettacolari e mimetici della storia (Gianni Bersanetti che dà la voce a Green, Fabrizio Temperini che la dà a Ross marchiando a vita il Clooney all’italiana; Alessio Cigliano come magnifico, titubante e bofonchiante Carter). Sia chiaro: l’ottava stagione è l’apice straordinario di questo progetto, poi dalla nona si comincia a scendere. Insomma, iniziate pure. Se poi non vi piace, almeno dopo una puntata avrete sicuramente imparato cos’è un pneumotorace.

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