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Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe: il presidente Petro vola da Trump

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“Prima di questa riunione ho visitato mia madre, per congedarmi”. La prende con ironia il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ma l’incontro con Donald Trump non sarà una passeggiata di salute. Dietro l’esagerazione c’è un fondo di verità, poiché il vis-à-vis Trump prevede ricatti, minacce e ritorsioni. Soprattutto se si parla di narcotraffico e sicurezza, temi controversi, ora al centro dell’agenda, e della possibile presenza militare Usa a Bogotà. L’incontro bilaterale nello Studio Ovale è previsto nel pomeriggio di martedì 3 febbraio. Dopo, Petro terrà alle 15.30 (le 21.30 in Italia) una conferenza stampa nell’ambasciata colombiana a Washington.

Petro ha avuto numerosi scontri con l’amministrazione Trump: le sue critiche alla Casa Bianca – lotta ai narcos, sostegno a Israele – gli sono valse la revoca del visto Usa (nuovamente rilasciato ai fini del viaggio) e le attuali sanzioni del Dipartimento del tesoro. “Sarai il prossimo”, era stata la minaccia del tycoon il 4 gennaio che, subito dopo il blitz anti-Maduro a Caracas, lo ha chiamato “uomo malato” e ha accusato il suo Paese di “fabbricare droga per spedirla negli Stati Uniti”. Petro, che in passato ha paragonato l’ascesa di Trump a “quella di Hitler nel 1933”, ha apertamente contestato l’intervento Usa a Caracas: “Sono i primi a bombardare una capitale latinoamericana”.

L’escalation è venuta meno dopo un’ora di telefonata, l’8 gennaio, ritenuta “cordiale” e “amichevole” da entrambi i leader. È prevalsa la linea Trump: meno dialogo con l’Ejército de liberación nacional (Eln) e guerra ai narcos. La Colombia ha quindi ceduto allo strapotere di Trump, come anche Brasile e Messico, che hanno preferito raggiungere un’intesa prima di affrontare scenari inediti. Il riavvicinamento non è spontaneo, spiega El País, ma è frutto di un lavoro di tessitura portato avanti dalla ministra degli Esteri colombiana, Rosa Yolanda Villavicencio, e l’amministrazione Trump. L’auspicio è quello di “rilanciare la relazione diplomatica” Caracas-Washington con “ricadute positive per l’intera regione”, sostiene Villavicencio, che accompagna la delegazione colombiana.

In realtà Bogotà non aveva alternative: lacerato dal narcotraffico, la guerra nel Catatumbo ha superato l’anno e le destre, pronte all’assalto, promettono “mano dura” in vista delle elezioni presidenziali del 31 maggio. Petro non si ricandida, ma affiderà la continuità del suo programma alla fragile coalizione del Pacto Histórico, che potrebbe essere guidata da Iván Cepeda. Molto dipenderà però dagli Stati Uniti, che sostengono apertamente le opposizioni – ancora senza candidato unico – e vogliono porre fine alla linea garantista e anti-Nato voluta da Petro. Nel frattempo, a destra, viene meno la tradizionale egemonia del Centro democratico e prende forza l’opzione dell’ultraconservatore Abelardo De La Espriella, controverso avvocato, criticato per la sua vicinanza al colombo-libanese Alex Saab. “Benvenuti all’estrema coerenza”, dice De La Espriella, che promette trasformare la Colombia in una “nazione miracolo” perseguitando i corrotti e le guerriglie.

Il partito della “mano dura” è cresciuto durante l’estate scorsa, in seguito all‘omicidio del senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, morto in ospedale l’11 agosto, due mesi dopo l’attentato subito durante un comizio a Bogotà. “Pagherai per tutto. Non ci sarà più impunità per te”, ha minacciato De La Espriella, accusando Petro della morte di Uribe Turbay.

I toni esasperati trovano terreno fertile nella crisi di sicurezza, complici le cifre di un Paese allo sbando: 13.726 omicidi nel 2025 e la crescita dei gruppi armati del 45% negli ultimi tre anni, con oltre 25.278 membri. Anche la coltivazione di coca registra un’impennata, secondo le stime Onu, con 253mila ettari nel 2023 (sette volte la città di Medellín) e una produzione cresciuta del 53% in un anno, con 2.600 tonnellate.

Preoccupa anche il conflitto nella regione del Catatumbo, dove le formazioni armate come Eln e le dissidenze ex-Farc – contrarie alla sottoscrizione dell’accordo di pace – si contendono il controllo sulle coltivazioni di coca: colpite 92mila persone, si contano 101mila sfollati. La situazione è in parte peggiorata con l’escalation Usa in Venezuela alla quale l’Eln ha risposto convocando uno “sciopero armato” per “respingere le minacce di intervento neocoloniale” di Trump. Alza la voce la popolazione, attraverso l’associazione delle Madri del Catatumbo: “Non è normale che le scuole siano circondate dal conflitto né che i bambini dormano nella paura”. Le madri esigono “azioni concrete” volte alla “protezione della popolazione civile”. Esigono anche di “interrompere il reclutamento di minori”, che andrebbero lasciati “fuori da ogni guerra”.

Fazioni più estreme, ma anche settori disillusi della società colombiana, invocano il grande ritorno dello zio Sam, attraverso una riedizione del “Plan Colombia” – operazione antidroga rivelatasi disfunzionale nei primi anni duemila – e il ripristino della cooperazione in materia di Intelligence con Washington, sospesa da Petro a novembre 2025.

L'articolo Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe: il presidente Petro vola da Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.