Crans-Montana, un mese dopo l’incendio: la seconda fase della cura dei giovani feriti al Niguarda
È passato un mese dall’incendio che la notte di Capodanno ha devastato il bar Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Le immagini di quei momenti drammatici, con ragazzi giovanissimi tra le fiamme e il fumo, restano impresse nella memoria di chi li ha seguiti in ospedale, mentre l’Italia intera seguiva il loro trasferimento nei giorni successivi all’ospedale Niguarda di Milano. Qui, alcuni feriti hanno affrontato interventi complessi, tra cui uno sottoposto a trattamento Ecmo, la cosiddetta “macchina riposa-polmoni”, presso il Policlinico di Milano.
Oggi, mentre la fase acuta dell’emergenza sembra alle spalle e ricevono la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, emerge un bilancio che porta un barlume di sollievo. “I primi momenti sono stati estremamente complessi – ha raccontato all’Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile della Banca dei tessuti e terapia tissutale di Niguarda – la preoccupazione era giorno per giorno, ora per ora. Si trattava di garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione dei feriti, arrivati al massimo a 12 contemporaneamente”.
Adesso si entra in una nuova fase, definita dal medico “più tranquilla dal punto di vista chirurgico”, in cui gli interventi puntano a funzionalità ed estetica. Un ruolo cruciale lo ha avuto la cute donata e conservata in biobanca: “Nei primissimi giorni abbiamo utilizzato circa 15mila centimetri quadrati di pelle, e successivamente altri 15-20mila in varie fasi. In totale, siamo sui 30-35mila centimetri quadrati per tutti i pazienti”, spiega Sesana.
Il sistema sanitario ha garantito non solo le cure, ma anche il supporto psicologico e il senso di comunità: i ragazzi sono stati trasferiti insieme e hanno potuto vedersi tra di loro, un aspetto che Sesana ritiene abbia contribuito alla loro resilienza. “Le loro Olimpiadi iniziano adesso – sottolinea – e se le affronteranno come hanno risposto finora, le vincono, anche se ci sarà ancora da lottare parecchio”. La banca dei tessuti ha potuto reagire rapidamente grazie alla generosità di chi, nel corso del 2025, ha scelto di donare la pelle post mortem. “Abbiamo avuto 125 donazioni, persone che hanno detto sì senza sapere a cosa sarebbe servita. In questo caso, il loro gesto si è rivelato un salvavita inaspettato, e ha permesso di proteggere ragazzi così giovani, che rappresentano il nostro futuro”.
Il senso del dono viene poi restituito ai familiari dei donatori tramite lettere di ringraziamento inviate dal Centro regionale trapianti, un gesto che Sesana definisce “importante e doveroso”. La pelle, aggiunge, ha una funzione unica: protezione dalle infezioni e stimolo alla rigenerazione degli strati profondi della cute, accelerando il recupero del paziente. Gli interventi chirurgici iniziali hanno richiesto di bilanciare la rimozione della pelle danneggiata con la conservazione di tessuti utili alla ricostruzione. “La fase della demolizione e pulizia chirurgica è terminata – continua Sesana – adesso comincia un percorso meno concitato, più mirato al recupero estetico e funzionale. Il fatto che i pazienti siano giovani e senza altre patologie ha fatto la differenza, anche sul piano psicologico e della resilienza”.
Resta una cauta attenzione su alcuni aspetti respiratori, ma la progressione positiva della maggior parte dei pazienti offre un segnale di speranza. La fase più critica della rianimazione è superata, e ora il futuro dei giovani feriti dipenderà dalla continuità dei trattamenti, dalla riabilitazione e, soprattutto, dalla loro forza di affrontare la lunga strada verso la completa ripresa.
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