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Trump presenta il ritorno della manifattura come questione identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica

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La globalizzazione, per anni raccontata come una storia di efficienza, abbattimento dei costi e vantaggi competitivi, ha prodotto in Occidente un esito meno celebrabile: la progressiva contrazione del manifatturiero e l’erosione della classe media industriale. Negli Stati Uniti la delocalizzazione non ha solo spostato le fabbriche, ma ha smantellato un ecosistema fatto di competenze, salari dignitosi e mobilità sociale, lasciando dietro di sé territori impoveriti e un senso diffuso di declino.

Non sorprende che, da Ross Perot in poi, quasi ogni candidato presidenziale abbia promesso di riportare la produzione “a casa”. Donald Trump ha fatto di questa promessa un pilastro ideologico del progetto Make America Great Again, presentando il ritorno della manifattura come una questione identitaria prima ancora che economica. Eppure, nel settore dell’abbigliamento — uno dei più simbolici — la realtà smentisce la retorica. Dal 1979 l’industria tessile americana ha perso oltre l’80% dei posti di lavoro. Il riflesso politico è stato quello di cercare un capro espiatorio, dagli immigrati ai partner commerciali, ma il problema è più profondo: la trasformazione dell’abbigliamento in una commodity globale.

Negli anni Sessanta una famiglia americana spendeva circa il 10% del reddito in vestiti e scarpe, quasi tutti prodotti sul territorio nazionale. Oggi quella quota è scesa al 4%, mentre il 97% dei capi è fabbricato all’estero. Gli americani non si vestono meno, anzi: consumano di più, spinti da un’offerta infinita di abiti a basso costo. La fast fashion ha democratizzato l’accesso ai vestiti, ma ha anche svuotato il valore del lavoro che li produce. In un mercato dove si compete quasi esclusivamente sul prezzo, i margini si assottigliano e i salari diventano la prima voce da comprimere.

In questo contesto, l’idea di riportare negli Stati Uniti la produzione di t-shirt da 10 dollari o jeans da 30 non è solo economicamente fragile, ma socialmente fuorviante. Sono lavori che difficilmente garantiscono mobilità economica e che, con l’avanzare della robotica e dell’intelligenza artificiale, rischiano di essere automatizzati prima ancora di essere recuperati. Il vero nodo non è la geografia della produzione, ma la sua collocazione lungo la catena del valore.

Qui il confronto con l’Europa e il Giappone diventa istruttivo. Italia e Francia hanno accettato la fine della manifattura di massa, ma non quella del manifatturiero in sé. Hanno scelto di spostarsi verso produzioni ad alto valore aggiunto, dove il prezzo riflette competenze, tempo e reputazione. In Italia i distretti della moda — dalla sartoria alla maglieria, dalla calzatura alla pelletteria — non producono solo beni, ma capitale simbolico. In Francia il lusso è trattato come un asset strategico nazionale, sostenuto da politiche pubbliche, formazione d’élite e una diplomazia culturale che rafforza il significato del “Made in France”. In entrambi i casi, lo Stato non sostituisce il mercato, ma ne orienta l’evoluzione.

Gli Stati Uniti possiedono una tradizione culturale altrettanto potente. Hanno creato alcuni dei linguaggi estetici più influenti del Novecento: il denim come simbolo di ribellione, il workwear come estetica dell’autenticità, l’Ivy Style come espressione di un’élite informale, l’abbigliamento militare come archetipo funzionale. Questi codici continuano a essere sfruttati globalmente, spesso da marchi stranieri, mentre l’industria americana fatica a trasformare la propria storia in valore economico duraturo.

Una delle ragioni è la contraddizione interna dell’agenda America First. Il lusso, per definizione, vive di mercati globali e di scambi internazionali. I dazi, pensati per proteggere la produzione domestica, finiscono per aumentare i costi delle materie prime, spezzare filiere già fragili e rendere meno competitive le aziende americane all’estero. Allo stesso tempo, una retorica nazionalista aggressiva erode il capitale simbolico necessario a vendere beni che si basano sull’immaginario tanto quanto sulla qualità.

Il valore del “Made in Usa” non è mai stato puramente industriale. Nel secondo dopoguerra rappresentava apertura, ottimismo, fiducia nel futuro. Oggi, in un clima di protezionismo e conflitto commerciale, quel significato si sta indebolendo. Ed è qui che emerge il paradosso: si invoca il ritorno della manifattura senza accettare i costi reali di una produzione di qualità e senza costruire le condizioni culturali ed economiche che la rendano possibile.

Ricostruire un settore dell’abbigliamento negli Stati Uniti non significa inseguire il passato, ma investire nel futuro. Significa puntare su formazione professionale avanzata, filiere flessibili, accesso a materiali globali e politiche industriali che sostengano l’innovazione e l’artigianalità. Senza questa visione, il reshoring resta uno slogan elettorale e non una strategia credibile.

L'articolo Trump presenta il ritorno della manifattura come questione identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica proviene da Il Fatto Quotidiano.