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“Ero il più povero tra i ricchi. La svolta? Capire che l’unico modo era pedalare”: parla Federico Grom, il fondatore della gelateria

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Federico Grom ci tiene a precisarlo: non è mai stato un “figlio di papà”. E lo dice senza rivendicazioni, quasi come un dato di fatto. In un’intervista al Corriere, il cofondatore di Grom ripercorre la propria storia personale e professionale partendo da un paradosso che lo ha segnato a lungo: crescere in ambienti privilegiati senza appartenervi davvero. “Ero il più povero tra i ricchi”, racconta. Ed è da lì che, secondo lui, è cominciato tutto.

Nato nel 1973, cresciuto in una famiglia medio-borghese, Grom sottolinea che non gli è mai mancato nulla. Ma i suoi genitori erano dipendenti, e per mandare lui e il fratello in scuole private come la Sacra Famiglia hanno fatto sacrifici importanti: “In quegli anni, se eri figlio di dipendenti non ti mancava niente. Però erano dipendenti”, dice. Quelle scuole, ricorda, gli hanno dato molto: strutture sportive, attenzione all’educazione, una comunità forte. “Ho fatto elementari e medie bellissime. Una volta Fratel Giancarlo sceglieva per me la coppa più grande perché vincevo sempre le gare di sci”.

Non è stato però un percorso lineare. Grom racconta un episodio rimasto inciso: la finale dei Giochi della Gioventù, un rigore sbagliato, le lacrime. “Ho vissuto insieme una grande delusione e subito dopo una grande vittoria”. Un’esperienza che, col tempo, ha capito quanto lo abbia formato. Il passaggio al liceo San Giuseppe accentua il contrasto sociale: “Scuola severa, ottima preparazione. Ma ti mette anche a contatto con ambienti che non sono i tuoi. Amici con la macchina, quando tu te la puoi solo sognare”. Gli anni dei paninari, dei piumini Moncler e dei jeans Stone Island che lui non poteva permettersi. “È stata tosta”, ammette.

La vera frattura arriva dopo l’università. Il primo lavoro e la frase del padre che segna un punto di non ritorno: “Puoi andare, arrangiati”. Sei mesi di crisi, un alloggio alle Vallette, quartiere popolare di Torino. “Poi mi sono detto: chi mi ama mi segua”. E lo hanno seguito davvero: quella casa diventa un punto di ritrovo, un luogo di amicizie e fiducia. “Lì ho vissuto benissimo”.

In quegli anni Grom ritrova Guido Martinetti, conosciuto prima solo di vista e poi incontrato davvero durante il servizio militare. Dormivano uno accanto all’altro in caserma. Da lì nascerà un sodalizio che cambierà la storia del gelato italiano. Alla domanda chiave – se quel senso di inadeguatezza sia stato il motore del suo ascensore sociale – Grom risponde senza romanticismi: “Probabilmente sì. Ci si uniforma all’ambiente che si frequenta. Io godevo della serenità di ciò che avevano i miei amici, e cresceva in me la voglia di arrivare. L’unico modo è pedalare e farsi il mazzo”. Nessuna retorica del riscatto, solo un’idea chiara: determinazione, volontà, lavoro: “Se vinci da piccolo pensi di poter vincere tutto. È il super io dell’imprenditore”.

L'articolo “Ero il più povero tra i ricchi. La svolta? Capire che l’unico modo era pedalare”: parla Federico Grom, il fondatore della gelateria proviene da Il Fatto Quotidiano.