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Nazionalizzazioni, sequestri e golpe militari: 23 anni di guerra per il petrolio tra Usa e Venezuela

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Con Nicolás Maduro e Cilia Flores fuori dai giochi – prelevati dal loro letto, in cella negli Usa – Donald Trump passa subito ai fatti: il “suo” petrolio va “recuperato” e servirà a “indennizzare” degli americani, vittime di un “furto” da parte di Caracas. Sul banco degli imputati il regime socialista che ha “sequestrato e venduto unilateralmente petrolio, asset e piattaforme statunitensi”, recando danni miliardari alla Casa Bianca. Bandite le parole “democrazia”, “libertà” o “diritti umani”, ormai abusate dalle scorse amministrazioni. Scaricata anche María Corina Machado, che a tutti prometteva “l’oro nero” venezuelano senza averne il controllo. Qui si tratta di “fare presto”, anche se consapevoli che “ci vorrà tempo”. Chi dovrà guidare il Paese per Washington non è ancora chiaro, ma c’è abbastanza petrolio per unire ciò che la politica aveva diviso – il 17,5% delle riserve globali dimostrate -, con esponenti chavisti e Maga pronti ad andare a braccetto. È la sintesi parziale di una lunga guerra ibrida, durata almeno 23 anni, tra nazionalizzazioni, trame eversive, sequestri di navi e infine il controllo sulle risorse del Paese.

L’ultimo embargo

Prima di arrivare a Maduro, Washington aveva ordinato il sequestro un paio di imbarcazioni al largo del Venezuela, con la presa della Skipper – non sottoposta a sanzioni – e la persecuzione della Bella 1. Sono state allontanate numerose navi e, a fine 2024, la produzione è crollata del 25% nella Fascia dell’Orinoco per un totale di 500mila barili. Mentre Caracas denunciava “atti di pirateria“, con il timido sostegno di Mosca e Pechino, gli Usa promettevano più sequestri fino a quando “il regime non restituirà tutti gli asset rubati”. Le operazioni eseguite dalla Guardia costiera rafforzavano il blocco aereo e navale contro il Paese. Non c’erano “asset” né “petrolio” rubati, ma il mantra era utile a ricordare ai petrolieri la ferita lasciata dagli espropri subiti da ExxonMobil e ConocoPhillips nel 2007, durante l’era di Hugo Chávez. Entrambe rivendicano risarcimenti per almeno 10 miliardi di dollari.

Il colpo a Citgo

Nel 2026 ci sarà anche la vendita amministrativa della raffineria Citgo, l’asset più importante del Venezuela negli Usa, messa all’asta dal Tribunale di Delaware e acquistata per quasi 6 miliardi da Amber Energy che fa capo al fondo Elliot Investment Management. Citgo è stata strappata al Venezuela in quanto parte di Pdv Holding e quindi “braccio esteso” o “alter ego” dello Stato venezuelano, “disponibile a soddisfare i debiti” causati dagli “espropri” eseguiti da Caracas.

In seguito il Venezuela ha denunciato il “controllo politico” su un'”azienda strategica”, denunciando la “pirateria giudiziaria” di corporation e fondi d’investimento, pronti a liquidare un asset da 12 miliardi di dollari per debiti molto minori. L’ultimo bilancio trimestrale di Citgo: 2,6 miliardi di dollari e 100 milioni in utili netti. Perdita non irrilevante per Caracas, il cui debito estero è di 150 miliardi di dollari. “È stato un atto di speculazione finanziaria, classico di certi fondi avvoltoio”, ha denunciato il giornalista Arcadio Oña in riferimento alla svendita dell’asset. Resta però da chiarire la posizione della Rosneft, a cui Maduro avrebbe consegnato quasi il 50% dell’asset per un prestito da 1 miliardo e mezzo di dollari.

Crisi interna

Ma la lunga notte del Venezuela è cominciata molto prima, nel 2002, quando Hugo Chávez licenziò 18mila dipendenti statali a reti unificate. La situazione è degenerata in uno sciopero generale indetto dalla Confindustria locale (Fedecamaras) e dalla Confederación de trabajadores de Venezuela, finito nel peggiore dei modi. Corteo verso Palazzo di Miraflores l’11 aprile di quell’anno – 19 vittime, 120 feriti – e il golpe militare a Chávez, tornato al potere due giorni dopo. Fatti mai chiariti: la produzione doveva riprendere. Ma non solo. Presa Pdvsa il comandante si è spinto oltre, sette anni dopo, decretando l’esproprio di 76 imprese private che fornivano servizi petroliferi nella Costa Oriental del Lago, a nordovest del Paese. “Non ci servono imprese. Per cosa? Il popolo e i lavoratori, possiamo essere più efficaci. Questo si chiama socialismo!”, aveva detto Chávez. Le ditte espropriate non hanno più funzionato come prima perché affidate alla politica. A mancare era il know how dei tecnici. Solo anni dopo la Costa Oriental del Lago si è in parte ripresa grazie alla mano della China Concord, che ha investito 1 miliardo di dollari sui campos petroleros rimasti in abbandono. In parallelo la Chevron, le cui operazioni non sono mai cessate, ha contribuito al rialzo della produzione, da 400mila a 900mila barili giornalieri. Ora Trump rimescola lo scenario e promette ricchezze a tutti. “I venezuelani? Toccherà a loro solo dopo l’indennizzo agli americani”, avverte il politologo americano John Polga-Hecimovich, sottolineando il rischio di “future rivolte sociali” nei confronti dell’egemonia Usa.

L'articolo Nazionalizzazioni, sequestri e golpe militari: 23 anni di guerra per il petrolio tra Usa e Venezuela proviene da Il Fatto Quotidiano.