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Cina, Xi punta alla “modernizzazione socialista” spingendo sull’hi-tech. Tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa

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Mao Zedong ha fatto rialzare la Cina, Deng Xiaoping l’ha resa ricca e Xi Jinping l’ha fatta diventare forte”. Non ha usato esattamente queste parole, ma era proprio questo che intendeva il presidente cinese quando nel 2017 arringò il partito all’alba del secondo mandato. A cinquant’anni esatti dalla morte del Grande Timoniere, le ambizioni di Xi per la nazione entrano in una nuova fase. I prossimi dodici mesi saranno cruciali per la Repubblica popolare.

Il 2026 sancirà l’inizio del nuovo piano quinquennale, la strategia politico-economica con cui Pechino punta a compiere un grande balzo in avanti verso la “modernizzazione socialista”. Che tradotto vuol dire trasformare la Cina in un “paese di sviluppo medio”, raddoppiando il Pil pro capite del 2020 entro il 2035, per poi renderla “un paese socialista moderno, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso” prima del 2049. Giusto in tempo per il centenario della Repubblica popolare. Un traguardo che – stando ai comunicati ufficiali – richiederà un tasso di crescita di almeno il 4,17% nel prossimo decennio.

Non sarà semplice. Il contesto internazionale non facilita il lavoro del governo cinese: la tregua con gli Stati Uniti è tutt’altro che solida mentre le tensioni con l’Unione Europea sembrano destinate a diventare la nuova normalità. Guardare al Sud del mondo potrebbe non bastare a compensare la crescente chiusura dei mercati occidentali.

Il testo del piano, presentato a ottobre durante il IV Plenum del partito, verrà ratificato durante la plenaria del parlamento, attesa nel mese di marzo. Ma il grosso già si sa. Secondo la roadmap, si punterà su una maggiore autosufficienza tecnologica, nonché su un migliore coordinamento tra circolazione interna ed esterna, ovvero tra mercato domestico e commercio internazionale. I consumi, soprattutto nei servizi, restano la stella polare. Il “salvagente” economico che la leadership cinese ritiene indispensabile nel quadro delle tensioni commerciali con Stati Uniti e Unione europea. Ma adesso l’intenzione è quella di lavorare di più sull’offerta regolamentando i comparti affetti da sovracapacità produttiva, come automotive e rinnovabili.

Per chi segue la Cina, non è nulla di particolarmente nuovo. Pechino si muove in questa direzione dall’immediato post-Covid. Se non fosse per l’inedita enfasi attribuita alla necessità di costruire un sistema industriale moderno. Secondo la rivista finanziaria Caixin, “mantenere una quota ragionevole” del settore manifatturiero, trasformando la produzione avanzata grazie all’hi-tech (le cosiddette “nuove forze produttive”), permetterà di evitare lo “svuotamento dell’industria sperimentato da alcune importanti economie”. Specialmente alla luce della crisi dell’immobiliare che, fino all’esplosione della bolla nel 2023, rappresentava circa il 30% del pil nazionale. Nonostante le misure adottate finora abbiano attutito il calo dei prezzi delle case, stando all’ex ministro delle Finanze, Lou Jiwei, il settore continuerà ad attraversare una fase instabilità per almeno altri cinque anni, rallentando la crescita.

Come sempre nei periodi di incertezze, il Partito-Stato serra i ranghi. Il prossimo anno sarà contraddistinto da nuove nomine in vista del XXI Congresso del Pcc. Il consesso, che si terrà nell’autunno 2027, segnerà la fine dello storico terzo mandato di Xi Jinping. Con ogni probabilità anche l’inizio di un quarto. Senza segnali di un favorito alla successione, è lecito aspettarsi un ulteriore consolidamento del suo potere, sia attraverso epurazioni interne sia con l’ascesa dei protégée nelle posizioni apicali. Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, nel 2025 la campagna anticorruzione ha preso di mira numerosi funzionari, di cui almeno cinque a livello ministeriale. Le forze armate sono state uno dei principali obiettivi della pulizia. A ottobre, subito prima del quarto plenum, nove alti ufficiali sono stati rimossi dal partito per violazioni della disciplina. He Weidong, vicepresidente della CMC, è diventato il primo membro del Politburo dal 2017 a venire indagato mentre ancora in carica.

Considerato che “la rettificazione politica” compare tra gli obiettivi del nuovo piano quinquennale, difficilmente il prossimo anno l’esercito avrà maggiore respiro. Anche perché il tempo stringe: il 2027 infatti non solo coincide con il centenario delle forze armate cinesi. È soprattutto l’anno in cui, secondo i piani del presidente cinese, Pechino dovrà aver ottenuto la capacità – qualora lo voglia – di riconquistare Taiwan manu militari. Capacità che, anche al netto delle massicce esercitazioni di fine dicembre, è ancora in buona parte da dimostrare.

Contro i pronostici americani è improbabile che la Cina alzerà troppo il tiro. Le rimozioni dei militari corrotti – molti dei quali legati alla provincia del Fujian con affaccio su Taiwan – potrebbero richiedere un ripensamento della strategia muscolare attuata finora nello Stretto. Senza contare che nel 2026 sull’isola si terranno le elezioni amministrative. Per la Cina potrebbe essere più prudente lasciare il presidente William Lai cuocere nel suo brodo per approfittare dell’impopolarità di alcune politiche che avrebbero dovuto colpire i nazionalisti del Guomindang e Pechino, ma che invece hanno gettato ombre fosche sul Partito progressista democratico e lo stato della democrazia taiwanese.

D’altronde, la carta Taiwan non va sprecata, va giocata con astuzia. Quello in arrivo sarà infatti l’anno dell’accordo commerciale tanto voluto da Donald Trump. Non è escluso che Pechino possa cercare di sfruttare il pragmatismo del presidente americano per ottenere qualche compromesso. Magari un’opposizione ufficiale di Washington all’indipendenza dell’isola in cambio di una corsia privilegiata nelle forniture di minerali critici. Mentre scriviamo manca ancora la firma, ma si sa già che la tregua su terre rare e reciproche ritorsioni economiche durerà un anno, con possibilità di proroga solo dopo verifiche periodiche. Nei prossimi mesi spetterà ai leader superare gli ostacoli rimasti. Le occasioni di incontro, peraltro, non mancano. Secondo il Segretario al Tesoro Scott Bessent, oltre alle rispettive due visite di Stato, nel 2026 Xi e Trump si dovrebbero incrociare anche a novembre durante il vertice APEC di Shenzhen e a dicembre per il G20 organizzato da The Donald al Doral Golf Club di Miami.

Diplomazia al lavoro anche in Europa, dove sono in programma misure economiche per rendere più equilibrate le relazioni con la Repubblica popolare. Sempre nell’ottica dell’ormai consolidato “de-risking”: dazi per l’e-commerce a basso costo, un meccanismo di screening per gli investimenti esteri, e una strategia per allentare la dipendenza dalle terre rare cinesi, campeggiano in cima alla lista delle priorità di Bruxelles. E poi c’è la spinosa questione dei veicoli elettrici, già sottoposti a limitazioni tariffarie. A complicare il quadro si aggiunge ovviamente il dossier Ucraina. La Repubblica popolare non sembra intenzionata a mediare attivamente una risoluzione del conflitto, anche se le sanzioni occidentali stanno spingendo aziende e banche cinesi a sospendere alcune attività economiche con la Russia.

Sarà quindi un anno all’insegna dei negoziati con Stati Uniti e Ue. Ma questo (o proprio per questo) non distoglierà Pechino dal suo “pivot to the Global South”. Ormai la leadership cinese ha manifestato chiaramente la propria predilezione per i tavoli multilaterali. Specialmente quelli che vedono protagonista il Sud del mondo: l’ex Terzo Mondo a cui ammiccava Mao e con cui oggi la Repubblica popolare condivide la necessità di costruire un ordine internazionale più inclusivo.

Il vertice dei BRICS in India offrirà l’opportunità per proseguire il processo distensivo con Nuova Delhi, l’altro gigante dell’emisfero meridionale del pianeta. Domate le tensioni lungo il confine conteso, la Cina ha giovato delle frizioni commerciali tra Trump e il premier indiano Narendra Modi. Una possibile trasferta di Xi nel subcontinente – la prima dal 2019 – darebbe maggiore ufficialità alla normalizzazione dei rapporti bilaterali. Ma si tratta di una tregua fragile. La sua tenuta verrà testata durante il summit della Shanghai Cooperation Organization, la piattaforma a guida sino-russa fondata nei primi anni Duemila con gli -Stan, che il prossimo anno sarà ospitato dal Pakistan. Nuova Delhi ha spesso rifiutato di appoggiare dichiarazioni congiunte che menzionassero progetti infrastrutturali cinesi, passanti per il Kashmir conteso con Islamabad. Una posizione che in futuro potrebbe ostacolare il funzionamento della neonata Banca di sviluppo della SCO.

Insomma, le sfide non mancano. Ora che è ricca e forte, la Cina può tenere testa a Trump, può negoziare “trattati eguali” con le ex potenze imperialiste. Ma molta della sicurezza ostentata serve a occultare le debolezze interne. Staremo a vedere se dopo il 2026 la grandeur promessa da Xi sarà davvero un po’ più vicina.

L'articolo Cina, Xi punta alla “modernizzazione socialista” spingendo sull’hi-tech. Tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.