Nel Clean industrial deal clausole “buy European”, una banca per la decarbonizzazione e aiuti di Stato per esorcizzare il terrore di perdere l’industria
Sì alla decarbonizzazione, ma solo a patto che sia compatibile con una spinta alla competitività dell’economia europea. Perché il Vecchio continente, disorientato dal terremoto Trump e spaventato dalla prospettiva di un ritiro di Washington dagli impegni militari comuni, deve nel frattempo fare anche i conti con “sfide esistenziali” che minacciano la sua industria affossata da investimenti insufficienti, bassa produttività, alti costi energetici. E dal testo del Clean industrial deal, presentato mercoledì dai vicepresidenti della Commissione Teresa Ribera (Transizione) e Stéphane Séjourné (Strategia industriale) insieme al commissario al clima Wopke Hoekstra, traspare la paura che sia già troppo tardi per recuperare il terreno perso.
L’Europa “è alle prese con crescenti tensioni geopolitiche, lenta crescita economica e competizione tecnologica”, avverte non a caso l’introduzione al documento di 24 pagine che nelle speranze dell’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen “mobiliterà oltre 100 miliardi di euro” per sostenere la produzione industriale pulita. Così la nuova strategia cita solo una volta il Green deal e – pur confermando l’intenzione di arrivare entro il 2050 all’impatto climatico zero con una tappa intermedia nel 2040 – precisa che la strada per arrivarci dev’essere quella del “supporto” ai comparti ad alto consumo di energia danneggiati da “concorrenza globale sleale e regolamentazione complessa” e al settore clean-tech, visto come un’àncora di salvezza per tenere insieme sviluppo e competitività. Dalla logica del bastone si passa a quella della carota, insomma.
Le clausole made in Eu e gli aiuti di Stato semplificati – Ma in concreto, cosa intende mettere in campo Bruxelles per rispondere al protezionismo rampante degli Usa trumpiani e all’enorme spesa pubblica di Pechino per sovvenzionare le proprie imprese? Il Piano prevede tra il resto entro giugno una “semplificazione” delle norme sugli aiuti di Stato che dovrebbe rendere più facile per le capitali concedere soldi pubblici alle aziende attive nell’energia rinnovabile e nel clean tech – sempre che ne abbiano lo spazio fiscale – e “criteri di preferenza europea nelle norme sugli appalti pubblici per settori strategici“. In pratica delle clausole “buy European” per rispondere al “buy American” caro a Trump. Per quanto riguarda le gare private, l’idea è quella di prevedere per alcuni prodotti rilevanti per la transizione energetica requisiti e criteri qualitativi che premino i produttori che hanno investito per decarbonizzare.
La sfida dei costi energetici – Del pacchetto fa parte poi un ampio capitolo dedicato all’energia a prezzi sostenibili, che dovrebbe rimediare al tallone d’Achille rappresentato da costi dell’elettricità e del gas che complice l’invasione russa dell’Ucraina e le inefficienze strutturali del sistema oggi sono fino a 4-5 volte superiori rispetto a quelli pagati dalle aziende Usa. L’Action Plan for Affordable Energy adottato sempre mercoledì prevede quindi la promozione di contratti di acquisto a lungo termine anche transnazionali con la controgaranzia della Banca europea degli investimenti, la raccomandazione ai 27 di abbassare subito le tasse sull’elettricità in attesa della conclusione dei negoziati sulla Energy Taxation Directive, la riduzione dei tempi di autorizzazione per progetti di produzione energetica da rinnovabili e accumulo di energia (i dettagli arriveranno entro fine anno in un provvedimento ad hoc), un maggiore coordinamento nel riempimento degli stoccaggi.
Paletti agli investimenti esteri – Il terzo punto riguarda la domanda: “Le imprese faranno i necessari investimenti nella decarbonizzazione”, nota la Ue con un’inferenza , “se sono sicure che ci sia un mercato per i loro prodotti”. Per farlo spuntano le già citate clausole di “contenuto europeo” da inserire negli appalti pubblici – sarà previsto nella revisione della Public Procurement Framework attesa nel 2026 – per far sì che la spesa dei singoli Paesi si allinei con l’agenda europea riguardo a competitività e decarbonizzazione. L’obiettivo è portare la quota dei componenti del clean tech prodotta all’interno del continente al 40%. Non basta: un altro capitolo del piano prefigura limitazioni agli investimenti diretti esteri con criteri come la proprietà delle attrezzature e l’utilizzo di fattori produttivi e staff europei o la necessità di stringere jv con imprese locali, “a partire da settori strategici” tra cui viene citato il sofferente automotive. In parallelo si intende “creare un mercato per il carbonio catturato”, cioè le controverse tecnologie di rimozione della Co2 per compensare le emissioni.
“Premi” per chi decabonizza – L‘Industrial Decarbonisation Accelerator Act, da approvare entro fine anno, dovrà poi introdurre una forma di etichettatura volontaria che attesti l’intensità di carbonio dei prodotti industriali per consentire ai produttori virtuosi di godere di un adeguato ritorno sull’investimento (“green premium”). Già in corso d’anno arriverà l’etichetta per l’acciaio green. E a stretto giro un atto delegato sull’idrogeno a basso tenore di carbonio che chiarirà le condizioni per produrlo in modo “pragmatico“. Tradotto: in ballo c’è la misurazione dell’intensità di gas serra connessa alla produzione da fonti fossili (gas) ma con la cattura e stoccaggio della Co2, tema cruciale per il comparto. Confermato anche il ripensamento sulla tassa sul carbonio alle frontiere in nome della semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi.
Da dove arrivano i soldi – Sul fronte finanziario – ovvero: da dove vengono i soldi? – von der Leyen conta di rafforzare la parte pubblica ma anche mobilitare capitali privati: sul primo fronte “la Commissione proporrà una Banca per la decarbonizzazione industriale con l’obiettivo di 100 miliardi di euro di finanziamenti” basati sulle risorse del Fondo per l’innovazione e su entrate aggiuntive derivanti dall’Emission trading system e dalla revisione di InvestEU. In più prima di rivedere la direttiva Ets nel 2026, la Commissione avvierà un’asta da 1 miliardo di euro per la decarbonizzazione dei principali processi industriali in vari settori. Modifiche alle regole del fondo InvestEu dovrebbero poi aumentarne la capacità di assumersi rischi, smuovendo così, sulla carta, “50 miliardi di finanziamenti e investimenti aggiuntivi”. Anche la Bei dal canto suo è chiamata a lanciare nuovi strumenti per finanziare il piano.
Dipendenza pericolosa – Infine, per ridurre la dipendenza dell’industria europea dalle materie prime critiche importate – mentre gli Usa e la Russia si spartiscono quelle dell’Ucraina – si parla di “dare priorità” alla traduzione in pratica del Critical Raw Materials Act, risalente al 2023 e creare un centro europeo ad hoc per gli acquisti congiunti. Per evitare lo spreco di prodotti contenenti materiali preziosi una legge sull’economia circolare dovrebbe poi dare forma a un mercato unico per i rifiuti e i materiali riutilizzabili.
Chiude il cerchio il capitolo sulle partnership internazionali: messa con le spalle al muro dall’attivismo di Trump nei negoziati bilaterali, la Ue invoca la necessità di nuovi accordi libero scambio che consentano di approvvigionarsi di materie prime, appunto, e tecnologie. In chiusura, dopo il riferimento a una “Unione delle competenze” per far sì che le aziende abbiano accesso a forza lavoro formata e offrano posti di buona qualità, la conferma di ulteriori piani ad hoc per singoli settori, dall’auto ad acciaio e metalli passando per la chimica e la “bioeconomia”.
I dubbi sulla credibilità del piano – “Tutte insieme, le azioni di questa tabella di marcia congiunta per la decarbonizzazione e la competitività dell’industria europea garantiranno un futuro sostenibile per il settore manifatturiero in Europa dal punto di vista economico, ambientale e sociale”, è l’auspicio finale. Speranza realistica? Al momento tocca registrare che sia la lobby dell’acciaio Eurofer sia le ong per la difesa del clima, da fronti opposti, ritengono le proposte insufficienti per trasformare le ambizioni dichiarate in azioni.
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