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Magistratura: separare per fare giustizia

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In tutte le professioni chi sbaglia paga e non può continuare a fare danni sulla pelle degli altri. Invece, nel caso della magistratura gli errori sono a carico dello Stato, cioè dei contribuenti, e mai di chi li ha commessi.

Un amico magistrato mi ha mandato una tabella in cui sono riportati gli importi liquidati per ingiusta detenzione divisi per distretto giudiziario. I dati si riferiscono al periodo compreso fra il 2018 e il 2024 e la fonte è il ministero dell’Economia e delle Finanze. In totale, la spesa per risarcire chi è stato arrestato ma poi riconosciuto innocente è pari a 193 milioni, all’incirca più di 27 milioni l’anno. In sé il dato statistico vuol dire tutto e niente. Che si debba indennizzare chi è finito dietro le sbarre per errore è un fatto di civiltà: se lo Stato riconosce di aver sbagliato è giusto che poi paghi, cercando di riparare al torto, anche se a volte non c’è modo di risarcire chi ha visto crollare la propria vita, i propri affetti e i propri affari.

Come si fa a ripagare un tipo come Beniamino Zuncheddu, che a 27 anni è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso tre persone? Il pastore sardo ha trascorso in carcere 33 anni prima di essere riconosciuto innocente. Cioè, rinchiuso in una cella ha visto passare davanti a sé la sua vita, diventando vecchio senza essere stato rinchiuso, se non dietro le sbarre. A lui lo Stato ha riconosciuto un primo «rimborso» di 30 mila euro, per aver vissuto in celle troppo piccole e affollate. Probabilmente con il tempo (come si sa la giustizia è lenta, ma con i più deboli è lentissima) avrà altri soldi, ma nulla potrà risarcirlo di ciò che gli è stato tolto, ovvero la libertà e il diritto di viverla, di farsi una famiglia, di amare, di emigrare, di invecchiare serenamente.

Qualcuno potrebbe pensare che quello di Zuncheddu sia un caso limite, ma nel corso degli anni mi è capitato di raccontare altre vicende simili, ovvero la storia di persone che non sono rimaste trent’anni dietro le sbarre prima che qualcuno si accorgesse della loro innocenza, ma comunque ne hanno trascorsi venti o dieci, come quel piccolo imprenditore di Genova, Daniele Barillà, finito in carcere per la sola colpa di essersi trovato a passare con la propria macchina nel posto sbagliato all’ora sbagliata, quando una pattuglia di carabinieri stava aspettando un trafficante di droga. Storie incredibili di mala giustizia, che però guarda caso quando vengono scoperte non portano a sanzionare chi ha sbagliato e a volte nemmeno si concludono con l’arresto dei veri colpevoli. No, lo Stato riconosce che un innocente è finito in galera, a volte con sentenza passata in giudicato, cioè dopo un regolare processo con tre gradi di giudizio, e poi tutto finisce lì, nel senso che nessuno paga.

Ma tornando alla tabella che l’amico magistrato mi ha girato, a colpirmi non è stata la somma dei risarcimenti nel corso del tempo, che è sempre poca cosa, dato che la spesa di tutti i distretti giudiziari italiani per me non può bastare a risarcire chi è stato sbattuto in galera a 27 anni e rimesso in libertà 33 anni dopo. Ad attirare la mia attenzione è stata la prevalenza nei rimborsi di alcuni tribunali.

Prendete Reggio Calabria: nel 2018 furono spesi circa 2,3 milioni, ma da lì in poi è stato un crescendo, con somme che hanno sfiorato e a volte superato i 10 milioni. Tanti? Pochi? Io so solo che la provincia ha appena più di mezzo milione di abitanti e in un distretto giudiziario come quello di Milano, dove tra città e provincia risiedono oltre 3,2 milioni di persone, i rimborsi per ingiusta detenzione vanno da un minimo di 600 mila euro l’anno a meno di 1,5 milioni. Un’eccezione quella di Reggio? Non proprio. Prendete Catanzaro: i rimborsi oscillano fra i dieci e i quattro milioni, a seconda dell’anno. Il capoluogo della Calabria conta 350 mila abitanti e se si confronta con Torino, che di residenti ne ha 850 mila tra città e provincia, si scopre che le liquidazioni degli errori giudiziari nel capoluogo piemontese in alcuni anni sono un sedicesimo, in altri anche un cinquantesimo. Qualcuno potrebbe obiettare che l’alta densità criminale può spingere forze dell’ordine e magistratura a non andare troppo per il sottile quando c’è da far scattare le manette. Sì, ma allora qualcuno dovrebbe spiegare perché a Napoli, nel 2024, si sono spesi «solo» 650 mila euro e l’anno precedente 950 mila, che a fronte degli otto milioni di Reggio Calabria appaiono davvero poca cosa.

La realtà è che ci sono toghe dall’arresto facile e dall’ancor più facile errore giudiziario. I pm, come i giudici, sono uomini e dunque soggetti a sbagliare. E però in tutte le professioni chi sbaglia paga e non può continuare a fare danni sulla pelle degli altri. Invece, nel caso della magistratura gli errori sono a carico dello Stato, cioè dei contribuenti, e mai di chi li ha commessi. Con il paravento dell’autonomia e dell’indipendenza, di fatto si garantisce l’impunità. Tutto ciò nelle procure e nei tribunali si sa benissimo, ma si finge di non saperlo. Preferendo fare battaglie come quella contro la separazione delle carriere.

Al contrario, separare il destino di chi rappresenta l’accusa da chi, sulla base di quelle accuse, deve emettere una sentenza non soltanto è giusto, ma è anche utile. Forse, dividendo i pm dai giudici potremo ottenere che i secondi giudichino con severità non soltanto gli accusati, ma anche chi quell’accusa la sostiene.