Giornalista e professoressa arrestati per pedopornografia: i contenuti delle chat e perché non vengono divulgati i nomi
Roma Il caso del giornalista di 48 anni e della professoressa di 52 anni arrestati dai carabinieri a Roma e Treviso con l’accusa di violenza sessuale su minori e pedopornografia, detenzione e accesso a materiale pornografico, continua ad arricchirsi di dettagli provenienti dalle chat tra i due. I due saranno sottoposti all'interrogatorio di garanzia questa settimana. A far partire le indagini era stata la denuncia presentata dall'ex compagno della donna, dopo che la figlia aveva raccontato di aver trovato sul pc della madre uno scambio di materiale pedopornografico con un uomo, che poi si rivelerà essere il giornalista, «ex vicedirettore di un telegiornale nazionale e con un incarico ai vertici della comunicazione di una società partecipata pubblica».
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In particolare, come riferito dal papà, la figlia, poi ascoltata in audizione protetta, mentre si trovava a Treviso a casa della madre, aveva visto nel personal computer della donna una chat tra i due in cui venivano scambiate foto e messaggi a sfondo sessuale che ritraevano minori, tra i quali anche lei e i suoi due cuginetti di 5 e 8 anni. Una denuncia che ha poi trovato riscontro in testimonianze e nel materiale informatico - tra cellulari, pc, tablet e altro - sequestrato nel corso di perquisizioni eseguite tra Treviso e Roma nelle abitazioni degli indagati.
Le chat
Secondo i carabinieri, è stata trovata «una elevatissima mole di dati afferenti foto e video dal contenuto sessualmente esplicito». E nelle chat tra gli indagati sono stati «rilevati contenuti di natura pedopornografica incentrati su commenti scambiati tra i due, con riferimento alle foto che ritraevano i minori nelle zone intime del corpo», oltre ad altri commenti «che fanno ipotizzare che i nipoti della donna indagata siano stati costretti a subire attenzioni di natura sessuale dalla zia» come «ripetuti toccamenti nelle zone genitali contemporaneamente videoregistrati e commentati poi con l'indagato». Inoltre, nel cellulare in uso all’indagato, sono state trovate «numerose immagini a contenuto pedopornografico» di minori di 18 anni «in pose sessualmente esplicite».
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Perché non vengono divulgati i nomi degli indagati
La tutela dei minori – in questo caso tre – è priorità assoluta. Sono loro in questo momento le persone fragili da proteggere, e divulgare il nome dei due indagati – sebbene stia girando in queste ore sul web – renderebbe facile l’identificazione dei bambini. Una vicenda che rientra in quanto prevede il Codice deontologico dei giornalisti quando vieta, nelle vicende «che coinvolgono persone minorenni, sia in qualità di protagonisti che di vittime o testimoni», di diffondere dati personali e «ogni altra circostanza ed elemento che possano, anche indirettamente, consentire la loro identificazione, avendo cura di evitare sensazionalismi e qualsiasi forma di speculazione». La necessità di tutela, si spiega, «è finalizzata ad impedire che l’informazione possa incidere sull’armonico sviluppo della loro personalità, turbare il loro equilibrio psico-fisico e influenzare negativamente la loro crescita».
