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ORAZIO RUSSO – Lo Monaco: “Mi chiamava papà, per me era come un figlio. A Catania ha scritto pagina da libro Cuore”

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Il mese scorso ci ha lasciato, all’età di 53 anni, una bandiera, un simbolo autentico che ha contribuito a scrivere importanti pagine di storia, innamorato di Catania e del Catania. L’ex rossazzurro Pietro Lo Monaco ha ricordato la figura di Orazio Russo ai microfoni di TMW Radio:

“E’ stato come un figlio. Un percorso che non si è mai diviso, se non in un solo momento. La nostra è una storia piena di aneddoti. A un certo punto gli ho proprio gestito la vita. Quando lo sentivo, per scherzo gli dicevo ‘Mi chiami papà, ma il tuo primo figlio lo hai chiamato Lorenzo’, e quando sono andato alla veglia funebre c’era il figlio, che mi ha detto che si sarebbe dovuto chiamare come me. Il sentimento che ci legava era forte. Ci siamo conosciuti quando io avevo una società di consulenza”.

“L’Acireale mi chiese consulenza quell’anno, era in C2, ricordo che si cambiò l’allenatore, gli rivoluzionai l’organico e lui era in partenza. Doveva andare alla Puteolana, io invece misi il veto e rimase. E cominciò quest’avventura. Io poi lo portai con me a Catania. E’ stato determinante in Serie B nella lotta per la vittoria finale. E cominciava ad avere già i suoi anni. Lo cercò il Padova, gli avrebbero fatto un grande contratto, di tre anni, io gli consigliai di andare e poi, a fine contratto, di tornare a Catania. E gli dissi che lo avrei fatto giocare in Serie A comunque con il Catania. Lui però non voleva andare al Padova, ci andò, tornò alla base dopo due anni e ricordo che io cominciai a farlo studiare da team manager, perché volevo fargli fare quello”.

“Fece il primo anno sia il calciatore che il team manager. Chiamai Mihajlovic e gli dissi di farlo esordire l’ultima di campionato con la fascia di capitano al braccio. E fu il suo addio al calcio. Aveva qualità pazzesche, ma ha faticato a metterle ai livelli che avrebbe meritato, per via del carattere buono che aveva. Amava il Catania, era la sua vita, insieme alla sua famiglia. Per il Catania è stata una grande perdita”.

“Chi veniva da noi era integrato nel nostro ambiente. Sinisa non ebbe nulla a riguardo sul suo esordio, anzi. Tra l’altro avevamo già ottenuto l’obiettivo salvezza, con record di punti poi. C’erano tutte le convergenze affinchè si potesse scrivere quella pagina da libro Cuore”.

Sulla malattia: “Lo sono venuto a sapere subito. Ci sentivamo con una certa frequenza, gli chiedevo sempre della pillola che prendeva. Ci siamo sentiti due-tre mesi prima che succedesse tutto, ma lui mi tranquillizzò lo stesso, dicendomi che si sentiva solo un po’ affaticato. L’ha gestita per più di dieci anni, anche quindici, questa situazione. Era un lottatore, non lo dovevi responsabilizzare però. E’ stato un giocatore determinante”.

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