“Era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, la testimonianza dell’infermiera presente durante il trapianto a Domenico Caliendo
Il cuore di Domenico fu espiantato prima ancora che l’équipe medica verificasse le condizioni dell’organo destinato al trapianto. Con il passare dei giorni si rafforza questa ipotesi come emerge dalla deposizione resa il 24 febbraio davanti al pubblico ministero da un’infermiera specializzata presente in sala operatoria il 23 dicembre scorso, giorno dell’intervento eseguito all’Ospedale Monaldi di Napoli, sul piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio scorso. “Nella mia esperienza di trapianti era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, ha dichiarato la teste, tecnico perfusionista, ricostruendo le fasi successive all’arrivo del nuovo cuore, proveniente da Bolzano.
La testimonianza choc
Secondo la sua testimonianza, il contenitore con l’organo sarebbe giunto in sala operatoria poco prima delle 14.30. “Dopo circa 5-6 minuti la dottoressa Farina (Gabriella, indagata e prima operatrice a Bolzano per il prelievo, ndr) entrò in sala, il coperchio del contenitore venne aperto e si accorsero che qualcosa non andava e che il cuore vecchio di Domenico era già sul tavolo”. La perfusionista ha aggiunto di poter “affermare che il dottor Oppido (Guido, indagato) stava ultimando la cardiectomia quando il contenitore non era ancora aperto”. Un passaggio ritenuto particolarmente delicato riguarda proprio la tempistica: in un precedente trapianto, ha spiegato, il clampaggio e l’inizio della cardiectomia erano stati avviati solo dopo che il nuovo cuore era stato esaminato, per verificarne l’integrità ed eventuali danni da trasporto o prelievo.
La situazione si sarebbe ulteriormente complicata al momento dell’apertura del contenitore. L’infermiera ha riferito di non aver assistito direttamente, ma di aver appreso da una collega che “era tutto congelato”. “Io risposi: ‘Allora è meglio che si tiene il suo’, e lei: ‘Ma l’ha già tolto’”, ha raccontato, precisando che il cuore del bambino era già stato rimosso e si trovava sul tavolo dello strumentista. A quel punto, l’équipe avrebbe tentato di estrarre il secchiello dal contenitore e di scongelare l’organo, operazione che avrebbe richiesto circa venti minuti. Il chirurgo avrebbe quindi provato a rianimare il cuore utilizzando una grande siringa per irrorarlo con acqua. “Prese il cuore in mano e disse: ‘Questo non farà neanche un battito’”. Dopo l’impianto e la constatazione dell’assenza di attività elettrica, il piccolo paziente fu collegato all’Ecmo.
La difesa di Farina
Sulla vicenda è intervenuta anche la difesa della dottoressa Gabriella Farina, responsabile dell’équipe del Monaldi che ha eseguito l’espianto a Bolzano. Gli avvocati Anna Maria Ziccardi e Dario Gagliano hanno invitato a evitare “ricostruzioni parziali” e “letture distorte” che contrappongano l’équipe napoletana a quella austriaca, alimentando stereotipi territoriali. Secondo i legali, i medici di Innsbruck avrebbero riferito che l’espianto si svolse “in un clima tranquillo nel rispetto dei protocolli”, salvo iniziali incomprensioni. Il contenitore utilizzato per il trasporto sarebbe stato conforme alle norme vigenti e i sanitari non sarebbero stati informati dell’esistenza di dispositivi alternativi più moderni. In realtà i chirurghi austriaci hanno descritto momenti di tensione e imbarazzo – come anticipato nei giorni scorsi dal FattoQuotidiano — e il primo operatore austriaco dovette intervenire nel campo operatorio di Farina che appariva “sopraffatta”.
Quanto alle immagini circolate online di un frigorifero con etichetta “ghiaccio secco”, la difesa sostiene che siano fuorvianti: il materiale refrigerante sarebbe stato prelevato in officina e consegnato in sala operatoria in una scatola di polistirolo da personale locale, mentre la dottoressa Farina era impegnata nel confezionamento dell’organo. I legali evidenziano inoltre che, a fronte della richiesta di ghiaccio per il trasporto, sarebbe stata fornita anidride carbonica allo stato solido — indistinguibile a occhio nudo dal ghiaccio comune — senza che ne fossero segnalati gli effetti potenzialmente lesivi. Nel test effettuato dai carabinieri del Nas di Trento invece il “fumo” sarebbe apparso visibile. Inoltre gli operatori di Bolzano – una operatrice sanitaria e un infermiere – hanno dichiarato che chiesero conferma sul ghiaccio.
Di tutt’altro tenore la replica dell’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico Caliendo. Il legale chiede “silenzio e decoro” e definisce “difese arraffazzonate e goffe” le dichiarazioni della controparte. Petruzzi richiama quanto emergerebbe dagli atti della Procura, contestando la condotta della dottoressa Farina in diverse fasi della vicenda e sottolineando che, a suo dire, ai genitori del piccolo non sarebbe stato riferito tutto per oltre quaranta giorni. Solo un articolo del quotidiano Il Mattino avrebbe permesso di far emergere la verità su quanto accaduto il 23 dicembre. A Patrizia Mercolino, la mamma del piccolo, fu detto che il trapianto pera fallito perché il cuore non funzionava proprio dalla Farina. Nessuno nei giorni successivi informò la famiglia dei problemi sorti a Bolzano e conclusisi tragicamente a Napoli.
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