“Il pacifista ha mostrato il suo vero volto”, Medvedev attacca Trump: “Nessuno voleva negoziare”
L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran si carica di una nuova non poteva non portare a una pesante dimensione politica con l’intervento di Dmitry Medvedev, che su Telegram attacca frontalmente Donald Trump, accusandolo di aver tradito la retorica pacifista con cui aveva giustificato la linea americana negli ultimi mesi. Ieri l’inquilino della Casa Bianca però era stato piuttosto chiaro sull’insoddisfazione per i negoziati e aveva dichiarato: “Non vorrei attaccare, ma qualche volta va fatto”.
“Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto”, scrive l’ex presidente russo, oggi vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale. Il riferimento è diretto al capo della Casa Bianca, in un momento in cui Washington, insieme a Israele, ha colpito obiettivi in territorio iraniano, aprendo una fase di altissima tensione in Medio Oriente.
Medvedev non si limita alla denuncia politica, ma mette in discussione l’intero impianto diplomatico che aveva accompagnato i contatti indiretti tra Washington e Teheran. “Tutti i negoziati con l’Iran sono un’operazione di copertura, nessuno aveva alcun dubbio al riguardo, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico”, afferma. Un’accusa pesante, che punta a delegittimare retrospettivamente ogni tentativo di mediazione.
Il messaggio del politico russo, ombra del presidente Vladimir Putin, è costruito su una contrapposizione storica e simbolica: “La questione è chi ha più pazienza per aspettare la fine ignominiosa del proprio nemico. Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni…”. Un passaggio che va oltre la cronaca militare e si colloca sul piano della competizione tra civiltà, evocando la profondità storica dell’Iran come fattore di resilienza strategica.
Le parole di Medvedev si inseriscono in una linea già consolidata del Cremlino, che negli ultimi anni ha rafforzato i rapporti con Teheran sia sul piano energetico sia su quello militare. L’intervento pubblico dell’ex presidente non è solo una dichiarazione polemica, ma un segnale politico: Mosca si accredita come sponsor implicito della tenuta iraniana, presentando l’azione americana come un atto di aggressione mascherato da diplomazia. Solo dieci giorni fa era stata annunciata una esercitazione navale congiunta.
Sul piano internazionale, la retorica russa contribuisce a irrigidire ulteriormente il quadro. La guerra delle parole si affianca a quella dei missili, mentre la crisi rischia di trasformarsi in un confronto più ampio tra blocchi. La narrativa del “negoziato finto” lanciata da Medvedev mira a colpire la credibilità degli Stati Uniti e a rafforzare l’idea di un ordine globale in cui Washington agisce unilateralmente, al di là delle dichiarazioni ufficiali. In questo scenario, l’elemento temporale evocato dal dirigente russo — i “cento anni” come misura della storia — suona come una sfida a lungo termine. Non solo una reazione all’attacco, ma una dichiarazione di conflitto strategico che potrebbe essere destinato a proiettarsi ben oltre l’emergenza militare di queste ore.
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