Orwell, Lorenz e le ragioni della violenza: senza Fede né Patria resta solo l’individuo monade
Uscito nel 1949, il romanzo 1984 dell’inglese George Orwell può dirsi piuttosto un saggio del genere dell’ucronia, o se si vuole profezia, inaugurato da Platone, continuato da Sant’Agostino, ripreso da San Tommaso Moro, da Tommaso Campanella, e da molti racconti e film in vario modo rappresentanti il futuro di un popolo, o dell’intera umanità. Lo scritto di Orwell è popolare per aver immaginato, nel 1949, gli effetti politici e sociali della televisione ancora ai primordi: erano in atto esperimenti in America; in Italia, le prime trasmissioni erano state del 1938 da Milano, interrotte dalla guerra, e riprese nel ‘54.
È nota la trama generale: il mondo è diviso in tre superpotenze che si combattono… o lo spettatore intelligente si chiede se le guerre comunicate dalla televisione siano davvero in atto, visto che nessuno potrebbe controllare le notizie tv… anzi nemmeno l’esistenza stessa del dittatore Grande Fratello, quello il quale ogni tanto in tv annunzia una gloriosa vittoria per accrescere il suo potere, e ogni tanto una sconfitta per terrorizzare le masse e far pagare le imposte!
Qui si apre il discorso della veridicità o meno delle informazioni. E mica solo oggi che ci sono radio e giornali e tv e internet; se – perdonatemi il vizio del classicista – Catullo dice che gli piacerebbe andare di persona oltre le Alpi «a vedere [con i propri occhi] le memorie del grande Cesare», “monimenta”, proprio i Commentaria de Bello Gallico. E se si dubitava di Cesare, figuratevi quanto dubito io dei telegiornali frettolosamente ascoltati mentre si friggono patate!
Ma c’è un aspetto del romanzo di Orwell che non viene molto considerato, ed è di natura sociologica. La città da lui inventata si distingue in un’area piuttosto piccola, i cui abitanti sono controllati, sempre via televisione, anche nella vita privata e da una molto efficiente e spietata polizia. Ciò ha fatto interpretare tale quadro come un’evidente allusione al comunismo sovietico, o a quello che se ne sapeva in Occidente; e quindi Orwell pensava a Stalin. Il concetto è che, nel comunismo, uguaglianza e libertà non possono coesistere, perché chi è libero afferma se stesso, e non si ritiene uguale a nessuno. E anche questa lettura è corretta.
Ma ecco il tema che, a modesto avviso di chi scrive, è molto più inquietante. La città piccola e disciplinatissima è avvolta da un’immensa, anzi quasi sconosciuta periferia, dove anche la polizia passa poco e distrattamente, e per il resto si autoregola quasi per caso. Se cogliamo questa provocazione, proviamo ad applicarla al 2026, e alle nostre periferie; non dico solo quelle orizzontali, dico le periferie “verticali”, i cosiddetti emarginati. E gli emarginati non sono solo economici, sono quelli che campano “ai margini” di un mondo che non vogliono; e che, diciamo le cose come stanno, non li vuole.
Sono quelli che il borbonico De Sivo chiama «la mischianza del peggio di tutti gli ordini sociali»; e Marx il «sottoproletariato»; e dalle mie parti si dice «ricco impoverito e povero arricchito», e e spesso sono la medesima persona. Ed è quasi crudele citare Konrad Lorenz, l’etologo, che paragona le periferie urbane sociali alle cellule cancerogene, tutte uguali rozzamente.
Anche da questo deriva la violenza. Quella politica, pur condannabile, riempirebbe di sé anche decine di articoli, da omicidi come quello di Cesare, alla violenza organizzata che è la guerra; oggi dilaga una violenza del tutto irrazionale e folle: un tipico effetto del degrado delle periferie orizzontali e verticali.
E nemmeno possiamo dimenticare la concentrazione di ricchezza in sempre più poche mani, mentre intere masse sono non “alla fame” come qualcuno strilla, però oggettivamente in difficoltà, e comunque sono lontane dal reggere l’onere di stili di vita medio-alti. Ammesso poi che tali stili di vita garantiscano la “felicità” come ci viene spacciato dalla pubblicità commerciale. Alla fine, sono infelici anche i ricchi!
E sentiamo sovente lamentare la scomparsa del ceto medio borghese. Ora, ed è ovvio, non tenteremo giustificazioni demagogiche, e tanto meno c’inventeremo che le emarginazioni contengano “valori”; ed esse vanno combattute con l’unico modo che funziona, il lavoro. Però questo non significa negare che esistano, le emarginazioni, o ridurle a mero un fatto di ordine pubblico. C’è qualcosa che non va, nella società moderna … Come definirla? Un tempo si diceva liberalcapitalistica, ma è un termine sempre più museale. È una società in cui un altissimo livello tecnologico, da fantascienza ancora mezzo secolo fa, produce in eccesso cose non utili, e che manca di necessario.
E dico società di individui monadi chiuse, non comunità, perché non c’è comunità né in senso spirituale né in senso politico. E questo è il dramma delle metropoli alla Orwell, che sono abitate da folle di atomi, e non da persone che si riconoscano in una Fede e in una Patria. Quello che occorre, e che gravemente manca, è una filosofia del presente; e, di conseguenza, una prospettiva credibile del futuro. Dico filosofia, non l’arruffata philosophie degli estemporanei opinionisti a favore di telecamere; dico filosofi genuini, che sappiano cancellare le vecchie ideologie, quasi tutte sette-ottocentesche, e insegnare una “visione della vita e del mondo” per intendere l’attuale e prevedere il futuro. Per quanto è umano, quindi con piedi per terra, e non da profeti di chiacchiere.
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