Nuuk, Damasco e Kharkhiv: con “Città Geopolitiche” il locale racconta lo scacchiere globale
C’è qualcosa di profondamente pragmatico nella collana “Città Geopolitiche” di Paesi Edizioni. L’intuizione di fondo è semplice ma corretta: smetterla di guardare le mappe come se fossero astratti schemi da Risiko e scendere in strada, tra la gente, dove la (geo)politica “scotta” davvero. Un passaggio dal mappamondo alla geografia sociale fatta sul campo. Per un’Italia impegnata tra l’asse atlantico e l’ambizione di avere un peso nel Mediterraneo allargato e oltre, questi tre volumi arrivano con un tempismo degno di nota.
“Nuuk”: così la Groenlandia ha smesso di essere materia di documentari
Groenlandia/Nuuk di Luca Sebastiani e Leonardo Parigi, ad esempio, fa capire un cambio di paradigma importante. Fino a ieri l’Artico era materiale da documentari naturalistici, terra di foche e di Igloo, oggi è il centro di uno scacchiere globale che si va via via stringendo ma aprendo a nuove possibilità e, quindi, a nuove frizioni. Tra lo scioglimento dei ghiacci che apre rotte commerciali inedite e le terre rare che fanno gola a tutti, la Groenlandia è diventata il sogno proibito di Trump, come di molti altri presidenti Usa prima di lui invero, e l’incubo di chi teme l’espansionismo cinese o russo.
Il volume è di grande attualità, e si potrebbe leggere anche per capire le scelte che il governo Meloni sta portando avanti, anche in tutela della stessa Nato, e comprendere che non sta solo seguendo un riflesso condizionato, ma sta cercando di capire dove girerà il vento della politica europea e atlantica e, se possibile, di direzionarlo. E poi c’è la questione Inuit, spesso sottovalutata ma non per questo meno di rilievo: non sono solo comparse, ma un popolo che non ha nessuna voglia di passare da una subordinazione all’altra sotto questo o quel governo.
“Damasco” sempre al centro del palco globale
Spostandosi a Sud, il Damasco di Lorenzo Trombetta ci racconta la realtà di una città sempre al centro del palco nel teatro globale. Ci mostra come il potere si legga nei palazzi e nelle macerie e di come questi siano mutati nel corso degli anni, specie gli ultimi, i più burrascosi. Per l’Italia, che alterna sempre il desiderio di aiutare le minoranze cristiane e la necessità reale di gestire i flussi migratori in autotutela e in tutela dell’Europa, capire Damasco significa smetterla di ragionare per slogan e dicotomie e, magari, sporcarsi le mani con la ricostruzione, quella vera, fatta non solo di mattoni e di diplomazia, ma anche di affermazione attraverso un reale scambio di beni e servizi propedeutici alla ricostruzione e alla presenza italiana all’estero.
“Kharkiv” per capire fino in fondo la devastazione cercata dalla Russia
Infine, c’è il nervo scoperto: Kharkiv. Yaryna Grusha non ci parla solo di missili e strategie militari, ma di un tentativo sistematico di cancellare un’identità. Una damnatio memoriae di tutto ciò che è ucraino indipendentemente dalla Russia. Colpire un museo o un archivio a Kharkiv fa male quanto colpire una caserma, e forse anche di più. In un dibattito italiano spesso polarizzato, questo libro ci ricorda che la partita non è solo sui confini, ma sul diritto di un popolo a non essere annullato o mutilato nella sua anima. L’impegno italiano per la ricostruzione dell’oblast’ di Kharkiv, citato spesso nei G7, qui acquista un senso che va oltre la nota spese ministeriale o quella degli aiuti in Bilancio.
L’operazione culturale di “Città Geopolitiche”
La collana fa un’operazione culturale non da poco conto: ci dice che la geopolitica non è un tema per soli iniziati, comprensibile da chi ha solide basi storiche e geografiche, ma una questione di luoghi, di macerie e di storie vissute, di genti e di architetture. Una bussola da tenere in considerazione per non perdersi nel caos di questi anni.
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