Carnevale d’Ivrea, l’Accademia ricorda l’Aiutante di campo Enrico Chino assassinato nel 1948
IVREA. È stata una cerimonia breve, ma sentitissima, tenutasi la scorsa domenica 1° febbraio, al cimitero, l’omaggio alla memoria di Enrico Chino, già Aiutante di campo e, all’epoca, presidente del Comitato del Carnevale, assassinato, con un colpo di pistola, la notte del 26 gennaio 1948, sul cancello di casa, mentre rientrava da una riunione al Caffè del Teatro.
Il grave delitto, come riportò la Sentinella del Canavese, produsse in città un’impressione enorme, «data la notorietà del giovane commerciante, che lasciava la moglie e due tenere bimbe, e la simpatia che godeva presso ogni ordine di cittadini». Grazie alle forze dell’ordine, in particolare all’intuito e alla capacità dell’allora maresciallo dei carabinieri Francesco Fontana, che fornì un’ulteriore prova delle sue brillanti e acclarate doti di investigatore, fu scoperto l’autore del barbaro omicidio: un operaio della Soie de Chatillon, residente in via San Pietro Martire, che confessò il suo delitto.
A quasi ottant’anni di distanza l’Accademia del Circolo ufficiali ha voluto questa commemorazione alla quale ha preso parte con una delegazione di Aiutanti e con la bandiera colonnella, accanto a Daniela, una delle figlie di Chino (l’altra, Mimma, è scomparsa anni fa), profondamente commossa per l’inaspettato tributo. «L’omaggio al cimitero, nel ricordo di Enrico e di quanti sono andati avanti – spiega Maurizio Leggero che ha curato la regia della cerimonia – era già una consuetudine della vecchia Ausci, antesignana del Circolo, che abbiamo voluto riprendere, convinti che il rispetto delle tradizioni sia base indispensabile per progettare il futuro. La nostra Accademia, che riunisce gli Aiutanti di campo in congedo del Circolo ufficiali Stato maggiore, si è aggrappata così a questo filo sottile che ci legava al passato e che rischiava di spezzarsi con il trascorrere degli anni». Con rigore e grande sensibilità, di fronte alla tomba, Leggero ha tenuto l’orazione: «I pochissimi che ne hanno avuto memoria diretta – ha ricordato – lo descrivono, come si diceva all’epoca, “bello come un divo di Hollywood”. Sicuramente era rigoroso nell’indossare l’uniforme e nel rispetto delle regole previste dal cerimoniale, rigore che pretendeva e otteneva dai suoi ufficiali». «Venni a conoscenza di questo nostro autorevole predecessore – ha continuato Leggero – un pomeriggio di tantissimi anni fa. Stavo aiutando mio padre a riordinare la sua divisa, quando mi venne tra le mani una foto ormai sbiadita, ritraente mio nonno e Chino in divisa da ufficiali dello Stato maggiore, insieme a un ritaglio di giornale che raccontava la tragica fine di Enrico. Ero poco più che fanciullo e, inconsciamente, lo idealizzai come un altro nonno, essendo fotografato accanto al mio. Solo oggi mi rendo conto che quell’uomo è mancato a 37 anni, pochi in più dell’attuale età di mio figlio. In questo momento, dunque, se ne avessi la possibilità, abbraccerei Enrico come un figlio per dirgli che lo Stato maggiore, i suoi ufficiali, non lo hanno dimenticato e mai lo dimenticheranno».
E ha concluso, parafrasando il discorso del ministro della Difesa alle esequie dei tre carabinieri morti in servizio a Castel D'Azzano: «I nomi di tutti noi sono scritti sulla sabbia e destinati a essere cancellati dal mare, quelli di pochi resteranno scolpiti sulla roccia e tra quelli il suo. Così come è inciso sulla sua lapide che riporta "la fiamma d’amore del suo cuore generoso illumini quanti lo ricordano nella misericordia di Dio”».
La cerimonia è terminata con un omaggio floreale recato da una vivandiera del Circolo e un momento di raccoglimento sulle note del Silenzio eseguito dalla tromba di Francesco Pozzo.
