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Australian Open, la preview di Sinner-Shelton: semifinale azzurra alla portata. Statunitense a secco da tre anni

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L’inconsueto andamento dell’Happy Slam, magro di upset nella corrente edizione, ha trascinato ben sedici teste di serie agli ottavi di finale. Evento inedito nell’Era Open. L’infernale caldo australiano sembrava essere il pretesto consono per assistere a delle clamorose sorprese stile “Shanghai”. Ma in realtà i Big del circuito maschile sono giunti alla volta di Melbourne col coltello tra i denti. E adesso che siamo giunti ai quarti di finale, possiamo asserire che tutti i pronostici sono stati ampiamente rispettati senza particolari scossoni nel main draw.

Nel contempo, l’Italtennis si gode due azzurri tra i migliori 8 tennisti dell’Australian Open, con lo sguardo già proiettato alle imminenti sfide dei quarti di finale, dove Lorenzo Musetti affronterà Novak Djokovic, e Jannik Sinner, invece, ritornerà a battagliare con Ben Shelton, come accaduto l’altr’anno al Melbourne Park.

Ancora tu. Ma non dovevamo vederci più?

Soffermiamoci sui testa a testa tra l’ex numero del mondo e l’arrembante mancino americano, i quali, sul cemento rovente di Melbourne, duelleranno per la decima volta, cifra ragguardevole tenendo conto delle rispettive giovanissime carriere. Ben e Jannik hanno in comune un grande feeling con il Major aussie, entrambi infatti hanno ottenuto proprio in Australia i migliori risultati a livello Slam. Tre volte ai quarti di finale e una semifinale per Shelton, mentre l’altoatesino, tra le mura del Melbourne Park, ha già sollevato ben due trofei.

La loro rivalità prese vita nel 2023, a Shanghai, in un lasso di tempo nel quale Jannik non era ancora Sinner – anche se prossimo alla trasformazione in extraterrestre -, mentre l’ascesa di Shelton si compiva rapida. Il muscoloso ragazzo di Atlanta, dotato di un tennis aggressivo e di una forte personalità, irrompeva sulla scena mondiale a muso duro, presentandosi come un avversario temibile per tutti, anche per la classe elitaria del circuito.

In oriente, la sfida pilota terminò incredibilmente tra le mani di Ben. Che dopo quella sera d’ottobre nell’affollata Shanghai, non vide più luce contro il tennista azzurro, conquistatore di 19 set consecutivi nei successivi 8 testa a testa. Shelton si sarà pure scervellato, assieme a papà/coach Bryan, per trovare uno spiraglio, un buco lasciato senza toppa nel quadratissimo tennis del numero uno d’Italia, ma in verità la sceneggiatura ripetutasi – dopo Shanghai – è stata sempre, pressoché la stessa.

“Ho ancora molto da fare qui”

Dopo la convincente vittoria ottenuta ai danni di Casper Ruud – che è potuto finalmente tornare dalla sua compagna, in dolce attesa -, Ben si è gettato a capofitto sulla sfida successiva, diventata un’ossessione, o un tabù se preferite: “È quello che più ti aspetti da questo sport. Volevo tornare qui. Volevo concedermi un’altra possibilità ha dichiarato lo statunitense – Volevo migliorare alcune cose che non mi erano riuscite bene l’anno scorso. Darò il massimo in campo. Per me, come ho detto nei turni precedenti, ho ancora molto da fare qui. Ho ancora molto da dimostrare. Spero che tornerete tra due giorni”.

Gli incubi dell’ultimo match in Australia con Sinner minano i sogni tranquilli del talentuoso statunitense. La solita partenza energica e incoraggiante, due set point a disposizione sul proprio servizio, sventati dall’uomo che rifiuta a priori il concetto di sconfitta. D’altronde, Sinner è così, con ogni avversario. Quando la benzina in corpo è ancora tanta, può anche farti credere di avere una possibilità. Ma quando i punti pesano, quando è necessario tirare fuori la stoffa del campione, ecco che azzanna la preda, lasciandola rantolare nel buio.

È stato esattamente questo il copione della semifinale di Melbourne dello scorso anno. Un primo set combattuto su ogni punto svuotò poi mentalmente Shelton, massacrato da una performance allucinante dell’ex numero uno del mondo, che piazzò successivamente un doppio 6-2.

Le armi di Sinner e Shelton. I limiti di Ben

Che il tennis moderno di Ben Shelton sia una mina vagante per una vasta gamma di avversari non lo scopriamo di certo oggi. Lo statunitense sfrutta i suoi 193 centimetri proprio come una monoposto di Formula 1 spreme i 1000 cavalli celati dal cofano della vettura. E il servizio è senza dubbio l’arma letale che sovente manda ai matti anche ottimi ribattitori. Ben, inoltre, fa leva su un dritto che lavora su un range di velocità ampissimo. Difatti è solito manovrare il gioco a ritmo costante dal lato sinistro, ma quando la pallina avversaria è timida, ecco che la sberla mancina trafigge l’altra metà campo.

E fin qui, il lavoro di papà Bryan è eccelso. La musica cambia quando, però, varia anche lo spartito tattico. Shelton patisce la trama difensiva, e se non è lui ad avere i piedi dentro al campo, l’avversario ha improvvisamente un tris di soluzioni per fargli punto. Lo sa bene Jannik, che in quanto tennista da alte frequenze, affronta Shelton a viso aperto. Spesso giocandogli sui piedi per poi spostarlo e puntare il bimane, più sgonfio e meno arrotato a dispetto dell’ottimo dritto. Nonostante la stazza importante, Ben si muove egregiamente, è plastico, ma lo slice lo aiuta poco. E quando è ricacciato indietro deve più affidarsi all’istinto o a un colpo estremo (che spesso sceglie) per cambiare l’inerzia dello scambio.

Sinner, attualmente – al netto di temperature estreme che potrebbe sfiancarlo fisicamente (non previste per la sessione serale) – è un muro invalicabile per Shelton. Sarà meglio per lo statunitense viaggiare su percentuali di prime di servizio considerevoli, se non vorrà essere travolto dal tornado di San Candido, che in risposta difficilmente perdona. Possibile che si riproponga ancora una volta uno statunitense pimpante nelle prime fasi, con passaggi a vuoto che potrebbero presentarsi dopo le prime staffilate del numero due del mondo.