Ivrea, tentata truffa ai genitori dell’assessore. Il racconto in tribunale: «Al telefono una centrale operativa»
IVREA. «Secondo me, parlavano con una terza persona. Io non parlavo direttamente con chi era davanti casa mia, ma c’era una centrale operativa in qualche altro posto». È il papà dell’assessore Fabrizio Dulla, Renato, a testimoniare davanti al giudice Andrea Matteoni del tribunale di Ivrea. Nell’ottobre del 2024, infatti, aiutarono gli agenti del commissariato di Ivrea e Banchette ad effettuare un arresto in flagranza di reato per tentata truffa aggravata in concorso. I due erano Valerio Di Natale, 39 anni, ed Elena Orlando, di 27, entrambi di Napoli. Oggi sono a processo per lo stesso motivo difesi dagli avvocati Andrea Danni e Valentino Pascarella.
I momenti dell’operazione vengono raccontati sia dai due Dulla, che dagli operanti intervenuti quel giorno. In sostanza il padre riceve una telefonata in cui una voce racconta che il figlio, che abita in un appartamento vicino, avrebbe investito una signora sulle strisce pedonali. A telefonare sarebbe nientemeno che un maresciallo dei carabinieri, che chiederebbe dei soldi in cambio della liberazione del figlio. Niente di più falso, ovviamente: l’assessore al Bilancio del Comune di Ivrea, Fabrizio Dulla, quel giorno era in casa e i genitori lo sapevano e i carabinieri non chiedono soldi a nessuno. Così i genitori chiamano Dulla figlio: è sua l’idea di tenere i malviventi al telefono e di contattare la polizia, per permettere un arresto in flagranza su uno dei reati più odiosi, diffusi e difficilmente perseguibili sul territorio: le truffe alle persone anziane.
Dopo un’iniziale richiesta che sarebbe stata di 4.300 euro, i due si sarebbero accordati intorno ai 600, secondo quanto riportato dal padre. «È stato molto bravo a tenerli al telefono», raccontano gli operanti intervenuti. «Ho fatto parcheggiare l’auto della polizia nel parcheggio sul retro - racconta ancora Dulla -, perché i truffatori non la vedessero».
Una volta saliti su ingegnano il piano: un poliziotto salirà in borghese sopra l’auto della famiglia Dulla guidata dal figlio, insieme al padre, che porterà con sé una busta bianca per consegnare i soldi, mentre l’altro operante, invece, li seguirà a piedi. Su quella via, in quel momento, transitano solo due persone: Di Natale e Orlando. Uno è in auto al telefono, l’altra è a piedi. I poliziotti li acciufferanno entrambi. Diranno che poi, in commissariato, si scambiavano effusioni e avevano una foto che li ritraeva abbracciati insieme come sfondo del cellulare. «Sembra avessero una relazione di tipo affettivo», chiarisce Marco Debernardi, ispettore capo, che allora sostituiva la dirigente del commissariato di Ivrea.
Gli avvocati difensori, tuttavia, hanno messo in luce da un lato come l’arresto non sia avvenuto durante lo scambio, ma precedentemente. Inoltre, che i poliziotti non avrebbero potuto guardare le conversazioni Whatsapp sui tre telefoni sotto sequestro. Secondo una sentenza di Cassazione del gennaio 2025 (successiva dunque all’accaduto) l’accesso alle chat e quindi ai documenti contenuti negli smartphone, non può avvenire liberamente, nemmeno con il consenso dell’indagato, in quanto i messaggi Whatsapp costituiscono corrispondenza. E questo in conseguenza a una sentenza del 2023 della Corte Costituzionale che riguardava i genitori di Renzi. Così se gli scambi Whatsapp tra i due saranno ammessi o meno a processo, lo deciderà il giudice Matteoni nella prossima udienza. Il pm Ludovico Bosso ha chiesto che sia riconosciuta la loro utilizzabilità.
Di Natale, collegato dal carcere in cui si trova per altra causa, ha specificato a spontanee dichiarazioni di non aver «mai ammesso nessuna responsabilità».
