Gli attivisti di Palestine Action detenuti nel Regno Unito interrompono lo sciopero della fame dopo 73 giorni
I tre attivisti di Palestine Action, attualmente in custodia cautelare e in attesa di processo nel Regno Unito, hanno interrotto lo sciopero della fame dopo 73 giorni. Si tratta dello sciopero della fame più lungo e organizzato dai tempi del secondo sciopero del 1981 dell’Ira in cui morì – tra gli altri – Bobby Sands.
Prima di loro tre, già altri quattro attivisti avevano interrotto la protesta. A portarla avanti ora solo il 22enne Umar Khalid, che dopo averla sospesa qualche giorno fa, l’ha poi ripresa.
Gli attivisti che hanno interrotto lo sciopero sono Lewie Chiaramello, di 22 anni, il 28enne Kamran Ahmed e la 31enne Heba Muraisi. Quest’ultima è detenuta nell’Hmp New Hall di Wakefield, una prigione nel West Yorkshire a 300 chilometri dalla capitale. Ahmed, invece, nell’Hmp Pentoville nel nord di Londra mentre Chiaramello nell’Hmp di Bristol.
Lo sciopero era iniziato per denunciare i rapporti del Regno Unito con Israele e si è interrotto, secondo il Guardian, dopo il rifiuto da parte del governo laburista di Keir Starmer di assegnare un contratto per la difesa da 2 miliardi alla Elbit Systems UK, sussidiaria di una società israeliana, l’Elbit Systems, produttrice di armi. A convincere gli attivisti a fermare la protesta è stato anche il grave peggioramento delle loro condizioni di salute.
Il governo Starmer ha adottato, proprio come il governo Thatcher con l’Ira decenni fa, una politica di “tolleranza zero“. Ma le dure critiche ricevute per essersi rifiutato di incontrare gli avvocati degli attivisti, il ministero della Giustizia ha richiesto un colloquio. L’appuntamento, secondo l’associazione Prisoners for Palestine che ha dato la notizia, si è tenuto venerdì scorso. All’interno di questo si è parlato delle condizioni dei militanti nelle prigioni del paese.
Nel giugno del 2025, il Parlamento inglese ha inserito il movimento Palestine action, nato nel 2020 contro “il regime genocida di Israele”, nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, insieme ad altre realtà come al-Qaeda e Daesh (Isis). E per questo gli attivisti arrestati dopo i blitz di proteste sono ora sottoposti a regime di carcere duro.
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