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Ci sono molti modi di sostenere le proteste in Iran senza un intervento militare

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Studenti, giovani, commercianti del bazar di Teheran, funzionari del governo, persone comuni di tutte le classi sociali stanno scendendo in piazza da tre settimane, al rischio della loro vita, per protestare contro le miserabili condizioni economiche in cui li ha ridotti la Repubblica islamica e contro la repressione del regime. Non è la prima volta che i cittadini iraniani scendono in piazza assumendosi dei rischi mortali: lo hanno fatto almeno quattro volte solo negli ultimi vent’anni, nel 2009 con l’Onda Verde, dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad a Presidente, nel 2017-2018 contro la crisi economica imposta dal regime, nel 2019 a seguito dell’impennata dei prezzi della benzina, e ancora nel 2022 al ritmo del celebre slogan “Donne, vita, libertà” (Zan, Zendegi, Azadi) a seguito della cruenta uccisione da parte delle forze dell’ordine di una giovane donna, Mahsa Amini, accusata di non portare correttamente il velo.

Tuttavia, molti analisti – tra cui Karim Sadjadpour, analista del Carnegie Endowment for International Peace – sostengono che questa volta si tratti di un caso diverso e che il regime sia confrontato ad una minaccia esistenziale, non tanto per la virulenza delle manifestazioni, che inneggiano apertamente alla fine della teocrazia, quanto per il contesto geopolitico in cui la Repubblica islamica si trova, enormemente indebolita rispetto al 2022. Con la caduta della Siria di Assad (8 dicembre 2024), il regime ha perso ogni collegamento via terra con la sua milizia più temibile, Hezbollah, che gli israeliani hanno comunque decimato nella recente guerra (settembre-novembre 2024) e la cui leadership è stata decapitata con l’attentato dei beepers e l’omicidio mirato di Nasrallah (27 settembre 2024).

Usa e Israele a giugno 2025 hanno parzialmente distrutto l’arsenale nucleare iraniano e esposto la fragilità militare del Paese, completamente privo di difesa aerea, e il golpe operato da Trump in Venezuela (3 gennaio 2026) ha privato Teheran di una delle poche potenze amiche. Questo insieme di capitolazioni, sommato al peso delle sanzioni, ha portato ad una situazione economica negativa irreversibile -in cui l’inflazione è salita al 40%, con alcuni beni alimentari schizzati del 72%, una svalutazione della moneta (il rial) dell’86% in un anno, scarsità di acqua e infrastrutture pericolanti, e l’annunciato rialzo delle tasse -, e alla rottura totale del già eroso contratto sociale tra popolo e regime islamico, che ha strutturalmente preferito investire sul finanziamento di milizie regionali piuttosto che sulle condizioni di vita dei suoi cittadini.

La situazione economica, sommata alla repressione politica, ha costituito la miccia dell’attuale rivolta di massa. Il 64% della popolazione iraniana è giovane (sotto i 35 anni) e non ha mai conosciuto altro rispetto al regime islamico, e tuttavia aspira a uno stato laico, in cui siano tutelate le libertà individuali e non sia imposta morale pubblica islamica, ma soprattutto dove non esista una casta di religiosi (mullah) e pasdaran (guerrieri) corrotti che si accaparrino le maggiori risorse del paese e dove le forze di sicurezza dello stato lavorino per i cittadini e non contro di essi, sparando loro in testa e agli occhi quando, affamati e avviliti dalle condizioni del loro ricco Paese, scendono in strada per protestare.

È commovente vedere quanti giovani siano disposti a sacrificare la loro vita per la libertà e la democrazia, quando queste parole risuonano sempre più come dei gusci vuoti in Occidente. I manifestanti iraniani stanno offrendo al mondo una prova luminosa di coraggio, speranza e resistenza alle barbarie, dimostrando che è ancora possibile credere in un cambiamento politico democratico in un mondo in cui gli autoritarismi di ogni genere sembrano proliferare.

Contro le previsioni ciniche di chi sostiene che il cambio di regime non potrebbe portare che alla distruzione del paese, alla frammentazione lungo linee etniche e regionali (Baluchi, Curdi, Azeri e Persiani tra gli altri) e a uno scenario stile Iraq (post 2003), è invece necessario sostenere con tutti i mezzi e la forza possibile questo atto di coraggio collettivo degli iraniani che stanno sfidando una repressione brutale nella speranza di costruire un futuro diverso, per sé stessi e per la regione. Se è stato possibile, con tutti i limiti del caso, in Siria, può tornare ad esserlo in Iran, Paese che ha sicuramente una coscienza nazionale, esperienze storiche di autogoverno e un livello culturale sensibilmente maggiori.

Tuttavia, i manifestanti, il cui numero di morti ad oggi è impossibile da stimare per il blackout di internet, non potranno farcela da soli affrontando disarmati un regime tanto brutale. Contro coloro che sostengono che l’Occidente, o ancora meglio la comunità internazionale – se ne esistesse una – non possano fare niente per l’Iran, è bene ribadire che vi sarebbero molti modi di intervenire a sostegno dei manifestanti senza operare un intervento militare classico, soprattutto a guida Usa o Israele, che priverebbe gli iraniani della possibilità di decidere del proprio destino.

Si potrebbe, ad esempio, armare i manifestanti attraverso le regioni frontaliere, soprattutto il Baluchistan, si potrebbero portare attacchi cibernetici contro le strutture del regime, per causare interruzioni nelle comunicazioni dei Guardiani della Rivoluzione e dei Basij e rallentare la repressione, si potrebbe intervenire con droni con omicidi mirati contro figure chiave del regime, per togliere loro ogni illusione di onnipotenza, dichiarare i Guardiani della Rivoluzione un’organizzazione terroristica ma anche esporre nomi e indirizzi dei generali che guidano la repressione, in modo che siano i manifestanti iraniani ad andarli a prendere e che quest’ultimi possano percepire la stessa paura che essi inducono ai manifestanti.

Per fare questo, però, serve evitare a tutti i costi che gli Stati Uniti negozino via l’Oman con il regime iraniano sulle uniche cose che interessano a Trump – il programma nucleare, i missili balistici e le milizie regionali –, trovando un accordo con un regime islamico ulteriormente indebolito, che, se dovesse rimanere al potere, si ritorcerebbe contro la sua popolazione con ancora maggiore brutalità. Occorre fare di tutto per non lasciare soli milioni di iraniani che stanno combattendo per valori universali che noi non abbiamo più il coraggio o la volontà di difendere. Perché la spallata al regime può venire solo con l’aiuto e la solidarietà dall’esterno.

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