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“Comprare la Groenlandia”, da boutade nel 2019 a obiettivo strategico nel 2026: così gli ideologi MAGA hanno normalizzato l’idea nell’amministrazione Trump

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Sebbene Donald Trump dica di averne bisogno per ragioni di “sicurezza nazionale”, non è neppure nominata nella nuova National Security Strategy pubblicata a novembre (che, tra l’altro, non contiene neanche la parola “Artico”). Eppure è tra i temi che il presidente menziona ogni giorno. In pochi mesi quella di prendere il controllo della Groenlandia è diventata un’idea centrale della sua amministrazione, frutto di un dibattito che si svolge negli ambienti conservatori e nel quale sta prevalendo l’orientamento più radicale: quello incarnato da Russell Vought, dirigente di altissimo livello della Casa Bianca considerato il “presidente ombra”.

Nel 2019 l’idea di acquisire il territorio autonomo danese venne liquidata come una stravaganza. La proposta suscitò ironie, smentite e imbarazzo diplomatico. Copenaghen la respinse senza appello (“Deve essere uno scherzo da 1° aprile”, twittò l’ex premier Lars Loekke Rasmussen), gli europei la considerarono una boutade e gran parte dell’establishment repubblicano prese le distanze. Nonostante da decenni il Dipartimento della Difesa abbia costruito una narrativa che descrive l’Artico come “un terreno strategico in quanto potenziale vettore per un attacco contro la patria degli Stati Uniti”, l’idea di comprare l’isola non era solo impraticabile: era politicamente impresentabile. Pochi mesi fa però il quadro cambia, al punto che ciò che sei anni prima era deriso oggi viene discusso e in alcuni casi apertamente sostenuto da think tank conservatori molto vicini al governo del tycoon.

Accade tutto in pochissimo tempo. A gennaio 2025, a pochi giorni dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, la Groenlandia compare simultaneamente in editoriali, policy brief e analisi strategiche pubblicate da think tank conservatori. E sul tema si apre una “finestra di Overton”, il modello teorico che in sociologia spiega come un’idea inizialmente considerata impensabile possa gradualmente diventare accettabile, sensata, popolare e infine legale. Apre le danze l’8 gennaio il sito engelsbergideas, voce del conservatorismo intellettuale a stelle e strisce, che in un dotto commento sponsorizza una soluzione già usata per l’Alaska e la Louisiana: “L’acquisto dalla Danimarca per una cifra qualsiasi – si parla di 1.000 miliardi di dollari – renderebbe gli Stati Uniti il ​​secondo paese più grande al mondo dopo la Russia”.

Il dibattito è avviato, il confronto si amplia. Il 15 gennaio l’American Enterprise Institute avverte: “Se Trump si comportasse come Putin e invadesse la Groenlandia, o addirittura minacciasse seriamente di farlo schierando navi per intimidire la Danimarca, ciò significherebbe probabilmente la fine della Nato”, argomenta l’Aei bocciando l’approccio muscolare: “Acquisire la Groenlandia è un’idea seria, ma perseguirla in modo poco serio è peggio che non perseguirla affatto”.

“Rendiamo la Groenlandia americana” titolava il giorno prima un editoriale del World News Group, testata che parla a un pubblico evangelico e nazionalista, citando la strategia artica del Dipartimento della Difesa del 2024: “La regione è fondamentale per la difesa della nostra patria, la protezione della sovranità nazionale degli Stati Uniti e i nostri impegni nei trattati”. Il testo è firmato da Eric Teetsel, direttore esecutivo del Center for Renewing America.

Ed è proprio il CRA a pubblicare il documento più esplicito. Nel paper messo online il 3 marzo, il CRA consiglia l’utilizzo del “pugno di ferro in un guanto di velluto” e si spinge fino a considerare plausibile l’intervento militare: “Gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di annettere unilateralmente la Groenlandia, anche contro la volontà della Danimarca e della Groenlandia stessa. Probabilmente non verrebbero nemmeno sfidati dalle truppe europee, per timore di provocare gli Stati Uniti”, scrive Sumantra Maitra, consulente del Congressional Greenland Caucus, gruppo legislativo del Congresso “progettato per preparare i responsabili politici sulla profonda importanza della Groenlandia per il passato, il presente e il futuro dell’America”. Maitra avverte tuttavia che “usando la coercizione invece della diplomazia, gli Stati Uniti potrebbero perdere i propri alleati in modo permanente”, ma il solo fatto che l’opzione militare venga discussa segna un cambio di paradigma rispetto al 2019.

Il CRA non è un think tank qualsiasi. E’ stato fondato nel 2021 da Russell Vought, figura centrale del mondo MAGA, “per contrastare l’agenda woke della classe dirigente e sostituirla con un’agenda che ponga Dio, la patria e la comunità al centro del dibattito politico a Washington”. Ultra-nazionalista cristiano, già direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio (OMB) nel primo mandato di Trump e tornato alla Casa Bianca a inizio 2025 nello stesso ruolo, Vought è considerato un’eminenza grigia dell’amministrazione e la sua forza risiede nel suo rapporto diretto con il presidente e nella centralità del suo ufficio, che esamina tutte le normative proposte dai dipartimenti ed eroga ogni singolo dollaro stanziato dal Congresso per il funzionamento dell’apparato burocratico. Punto di contatto tra ideologia e macchina statale, il tecnocrate venuto dal Connecticut è l’anima della lotta senza quartiere al “deep state” e la mente che ha ideato e diretto tra le altre cose la chiusura di USAid, i tagli inflitti alla macchina amministrativa federale, il depotenziamento di alcune delle più importanti agenzie e il licenziamento di decine di migliaia dei loro dipendenti.

Ad aprile Vought ha ordinato alla Divisione Affari internazionali dell’OMB di fare i conti su quali sarebbero i potenziali costi di gestione della Groenlandia in caso di acquisizione, quali entrate potrebbero derivare dalle sue risorse naturali e come convincere il governo di Nuuk a scegliere Washington. Se attualmente Copenaghen sovvenziona l’isola con circa 600 milioni di dollari all’anno, l’obiettivo – spiegava un funzionario al Washington Post – era dire agli isolani: “Vi pagheremo più della Danimarca”. Ora, secondo Reuters, l’amministrazione sta valutando l’ipotesi di offrire loro tra i 10 e i 100 mila dollari a testa per convincere i 56mila residenti a finire sotto la bandiera a stelle e strisce. Pochino, al momento, ma il “guanto di velluto” in cui è inserito il “pugno di ferro” teorizzato dal CRA passa anche da qui.

L'articolo “Comprare la Groenlandia”, da boutade nel 2019 a obiettivo strategico nel 2026: così gli ideologi MAGA hanno normalizzato l’idea nell’amministrazione Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.