Lavoro, da Pavia una ricerca sull’inclusione delle persone neurodivergenti nelle aziende
PAVIA. Capire quanto le aziende italiane siano consapevoli e preparate sulla neuroinclusione, terreno in Italia ancora poco esplorato. È questo l’obiettivo della nuova ricerca promossa dall’università di Pavia, in collaborazione con Specialisterne e altri atenei italiani. Il progetto mira a offrire una fotografia del contesto nazionale sull’inclusione delle persone che presentano differenze neurocognitive - come Adhd, autismo, Dsa o sindrome di Tourette - e, più in generale, sulla convivenza di tutti i neurotipi nei luoghi di lavoro.
La ricerca è coordinata dalla dottoressa Beatrice Re, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’università di Pavia, insieme al professore Alessandro Zardini e alla professoressa Serena Barello, direttrice del Whypsy Lab. Collaborano la dottoressa Grazia Garlatti Costa dell’Università di Trieste, la dottoressa Cinzia Calluso della Luiss Guido Carli, Fabrizio Acanfora di Specialisterne e la psicologa Roberta Toso, esperta in neurodiversità. In questa fase si sta diffondendo un questionario rivolto a manager e dirigenti di tutti i settori (link qui) con l’obiettivo di raggiungere almeno 250 risposte entro novembre. I dati serviranno a comprendere consapevolezza, barriere e pratiche aziendali per elaborare raccomandazioni e proporre politiche inclusive.
«Il questionario è diviso in quattro sezioni - spiega la ricercatrice Beatrice Re -. Si parla di linguaggio, ostacoli, barriere e opportunità, fino alle policy aziendali. L’idea è proprio questa: partire dagli ostacoli e arrivare alle opportunità. Ora siamo nella fase di raccolta dati e ci sono arrivate più di cento risposte. Al termine della raccolta dati poi, prevediamo di svolgere un momento di restituzione dei risultati e un focus group per approfondire quanto emerso».
La neuroinclusione, sottolinea la ricercatrice, richiede degli accomodamenti da parte delle organizzazioni che dovrebbero capire che le differenze non si trovano soltanto nelle età e nel genere ma anche nel funzionamento della mente delle persone. Una diversità spesso “invisibile” che le imprese possono valorizzare fino a diventare un vero e proprio vantaggio strategico per l’impresa stessa. «Le persone neuro divergenti tendono ad avere un pensiero molto più creativo e innovativo. Walt Disney, secondo alcuni rumors, era Adhd. Se parliamo poi delle persone con lo spettro autistico, loro hanno una forte attenzione ai dettagli. Tutti i neurodivergenti poi vengono definiti “spiky profiles” perché hanno delle capacità e competenze elevatissime per alcuni task e su altre meno. Il punto è che “queste punte” spesso non vengono neanche viste. Proprio per questo motivo bisogna, anche attraverso questa ricerca, trovare un modo per valorizzarle», afferma Re.
Le barriere principali che impediscono alle aziende italiane di essere davvero neuroinclusive sono da riscontrarsi soprattutto nell’uso del linguaggio e, più in generale, sulla conoscenza stessa della neurodivergenza. «Si parte sempre dal presupposto che le persone non vogliano includere o che siano disinteressate a farlo, ma non è così. O almeno non sempre. Non è che manchi l’interesse da parte delle aziende, è che c’è proprio una barriera sulla conoscenza e sulla formazione. Formazione che è fondamentale per accompagnare la volontà», conclude.
